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La spina dorsale della riflessione riguardante l’identità europea è centrata sul problema della radice comune e delle componenti culturali che possono in qualche misura fornire una serie di principi accomunanti e unitari del mondo europeo.
Questa problematica viene efficacemente arricchita e approfondita da quella disciplina in primo luogo linguistica che considera i dati forniti dalla filologia, dall’archeologia, dalla storia e dalla paleogenetica, come un insieme di informazioni concordanti in merito all’esistenza di una popolazione, i cui antenati fanno la loro comparsa nel Neolitico, parlante una lingua che è stata chiamata indoeuropea. Il popolo che la parlava, il locutore, è stato di conseguenza denominato Indoeuropeo.
È precisamente a questa popolazione che è dedicato il volume di Levavasseur Gli Indoeuropei, pubblicato recentemente da Passaggio al Bosco in collaborazione con l’Istituto Iliade. Il testo è una sintesi molto efficace e molto completa pur nell’estrema stringatezza e fornisce degli elementi guida riguardanti appunto quella che è effettivamente l’eredità più significativa a livello culturale e linguistico, storicamente riscontrata dei popoli appartenenti alla civiltà europea.
La questione indoeuropea è importante perché costituisce uno dei retroterra più importanti e diffusi da cui poi si sono originati i vari popoli storici d’Europa. Latini, greci, celti, germani, slavi e così via non apparterrebbero alla stessa famiglia culturale se non discendessero direttamente dai loro antenati fondatori Indoeuropei.
È possibile determinare l’influenza di questo “popolo in armi” attraverso un percorso interdisciplinare che ormai è largamente affermato in molte realtà accademiche europee e mondiali in generale, in cui i dati forniti dalla paleontologia linguistica vengono combinati con quelli dell’archeologia e della storia per dimostrare che intorno al IV millennio a.C. esisteva una popolazione unitaria parlante una lingua dalle caratteristiche peculiari e distinta da quella degli altri popoli. Questi erano appunto gli Indoeuropei.
È interessante riscontrare che questo gruppo di cacciatori-raccoglitori si è disperso nel continente eurasiatico a partire dal quarto millennio a.C. soprattutto nell’area dell’attuale Europa occidentale e Anatolia, fino a raggiungere estreme propaggini nella Cina settentrionale, attuale Xinjang, e in Iran e India settentrionale.
Non è ancora stato possibile determinare con precisione l’Urheimat di questo popolo, ma alcune teorie concordano nell’individuare l’ultimo habitat unitario in cui era stanziato fino al IV millennio a.C. Le conoscenze in merito a flora e fauna, raccolte nel vocabolario ricostruito della protolingua, indicano chiaramente che l’ultimo habitat comune doveva trovarsi in una zona climatica temperata tra steppe e foreste. Le ipotesi più accreditate lo collocano nell’area baltica o nelle steppe pontiche. In entrambi i casi appare chiaro che determinante fosse la presenza di fiumi e mari (Mar Baltico se si segue la prima tesi, Mar Nero nella seconda), che come sempre accade sono la risorsa vitale per ogni società stanziale.
Questa popolazione si è poi dispersa e diffusa su tutto il continente europeo, dando vita a una varietà di popolazioni parlanti quelli che la linguistica definisce dialetti, cioè variazioni della lingua madre nate dal contatto con le popolazioni autoctone. Queste si originavano dall’epoca neolitica e non conoscevano alcune delle tecnologie che determinarono il successo degli Indoeuropei, un popolo armato guidato da un’aristocrazia guerriera. Alcune delle conoscenze tecniche più rilevanti erano per esempio il carro da guerra, l’addomesticamento del cavallo, l’uso della ruota, la filatura della lana, la ceramica cordata, la sepoltura a tumuli e individuale. Gli Indoeuropei hanno portato con sé conoscenze tecniche ben precise e un’organizzazione della società peculiare, e si sono ben presto imposti sulle popolazioni preesistenti nel continente, dando origine a evoluzioni divergenti nei popoli di lingua anatolica, indoiranica, tocaria, greca, latina, germanica, celtica, baltica e slava. Sono tutte popolazioni discendenti dalla stessa matrice indoeuropea, riconoscibile da comuni forme grammaticali e radici sintattiche riscontrate dalla linguistica comparata.
Per poter ricostruire in modo attendibile la concezione religiosa, la mitologia, le istituzioni e la visione del mondo dei parlanti l’indoeuropeo è tuttavia necessario fare ricorso alle fonti scritte, che non compaiono prima del II millennio a.C. Attraverso opere quali l’Odissea, l’Iliade, il RgVeda, il Mahabharata è infatti possibile individuare delle strutture comuni, che sono sopravvissute e si sono sovrapposte a quelle esistenti nelle popolazioni locali investite dalla conquista o colonizzazione indoeuropea. È stata per esempio identificata una ideologia tripartita della società, che veniva organizzata gerarchicamente nelle funzioni sovrana magico-giuridica, guerriera e produttiva.
Complessivamente emerge anche una religione cosmica arcaica, che può essere definita come religione della verità, fondata sul principio che “dire è fare”. Non casualmente il greco ethos, etica, usanza, è strettamente correlato al termine ethnos, famiglia, nazione. Dalle ricostruzioni fatte su testi mitologici è stato poi possibile capire con buona approssimazione che l’organizzazione politica e sociale della società indoeuropea originaria si strutturava in quattro cerchi posti ciascuno sotto l’autorità di un capo: famiglia, clan, tribù e confederazione tribale.
È importante conoscere e confermare queste ricostruzioni storico-linguistiche, perché su questa base può determinarsi una presa di coscienza anche politica. Nel momento in cui si cerca il fondamento e il senso dell’unità europea – che è certamente problematica per una serie di motivazioni storiche e politiche, ma ciononostante assolutamente urgente – questa oggi non può che trarre forza da conoscenze che confermano il fatto che i popoli d’Europa provengono da una stessa radice, e anzi dimostrano che tra loro condividono una comune visione del mondo e del cosmo, una stessa comprensione della natura, del divino e dell’etica, e questo è fondamentale per donare forza attrattiva a una esigenza ormai epocale.


