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Lo sbarco dell’Istituto Eneide in Italia
Ad ottobre sulle coste laziali è sbarcato l’Istituto Eneide, che si propone di ripercorrere il sentiero virtuoso tracciato dall’Istituto Iliade in Francia. Si tratta di un centro studi con lo scopo principale di riscoprire l’eredità ancestrale dei nostri antenati, che prende il nome dall’eroe Enea e dall’opera a lui dedicata da Virgilio.
Non è certamente un caso che i primi passi dell’Istituto siano stati alla ricerca dei luoghi dello sbarco e dei punti archetipali ancora oggi rintracciabili sul territorio laziale.
Come accadde all’Eroe Enea, che al momento dello sbarco si trovò di fronte una situazione completamente nuova, con un mondo da esplorare, delle alleanze da stringere e delle criticità da superare, ovviamente anche gli epigoni del neonato istituto si troveranno a dover affrontare delle battaglie.
Per trasporre il racconto virgiliano ai nostri giorni, cosa accadde ad Enea?
Al momento dello sbarco incontrò per primi i Latini, guidati dal Re Latino. Questi aveva già ricevuto dei presagi, che annunciavano l’arrivo di stranieri al cui capo avrebbe dovuto dare in sposa la propria figlia Lavinia. Si perché il Re, pur essendo a capo di un regno ricco, non aveva discendenti maschi, che avrebbero potuto estendere la stirpe. Volendo trafugare ogni dubbio sul da farsi, si era recato all’antro del Fauno, suo mitico genitore, per consultare l’oracolo. Come scrive Virgilio nel VII Libro: “qui i popoli italici e tutta la terra enotria nei dubbi cercano responsi; qui quando il sacerdote ha portato doni e s´è sdraiato su pelli distese di pecore uccise sotto la notte silente ed ha cercato il sonno, vede molti fantasmi volare in forme strane, ode varie voci e gode del colloquio degli Déi” …”Non cercare di legare la figlia con nozze latine, o mia stirpe, non affidarla a nozze preparate; verranno generi stranieri, che col sangue portino il nostro nome alle stelle, dalla cui stirpe i nipoti vedranno tutto volgersi e reggersi sotto i piedi”.
Il responso degli antenati è chiaro e Latino è intenzionato a dargli seguito. Quando arrivano gli ambasciatori troiani, con doni preziosi portati da Troia, Latino li accoglie, accetta l’amicizia, invita Enea stesso a presentarsi al cospetto del Re, promettendogli in sposa la figlia.
Sembrerebbe un lieto fine annunciato, ma non andarono così le cose.
Giunone, indispettita dai successi troiani, evoca la terribile e spaventosa furia Aletto che corrompe innanzitutto il cuore della Regina Amata, moglie di Latino, inducendola a scatenare in una furia bacchica tutte le donne latine contro l’arrivo dei troiani. Aletto si reca poi da Turno, capo dei guerrieri Rutuli e promesso sposo di Lavina, instillandogli un profondo odio verso i troiani e istigandolo a chiamare la guerra contro di essi. Infine Aletto provoca un incidente di caccia per cui i giovani troiani, con Iulo a capo, colpiscono un cervo addomesticato caro ai Latini, che reagiscono e si arriva a un primo scontro, sfociato nel sangue.
Tutti questi eventi portano alla guerra, alla quale il re Latino vorrebbe opporsi “egli resiste come una rupe immobile nel mare, come una rupe di mare quando giunge un grande uragano, che si tiene alla sua mole mentre attorno latrano molte onde; invano gli scogli attorno e le rocce spumose fremono e l´alga sbattuta si spande sul fianco”. Ma infine cede spossato dal peso degli anni e dell’incalzare degli eventi: “Ahimè, disse, siamo spezzati dai fati e colpito dalla tempesta. Voi stessi pagherete il fio per il sangue sacrilego, o miseri. Te, Turno, terribile ( a dirsi), te un triste supplizio attenderà, onorerai gli dei con voti tardi…” Né parlando di più si sbarrò nel palazzo e lasciò le redini delle cose.
Dunque Enea si trova di fronte una nuova guerra da combattere, contro dei nemici potenti con la capacità di aggregare a sé molti dei popoli del Lazio. Ma il Dio Tiberino appare in sogno ad Enea e gli suggerisce di risalire il corso del Tevere per incontrare il Re Evandro, di stirpe Arcade, che viveva sul colle Palatino, con lo scopo di chiedere rinforzi. Enea trova Evandro intento a compiere dei riti in onore di Ercole, nei pressi dei luoghi che secoli dopo vedranno sorgere l’Ara Massima di Ercole. Evandro riconosce in Enea il discendente di Anchise e si offre subito di aiutarlo, ma precisa che il rito in onore di Ercole non poteva essere interrotto. Terminato il rito lo invita come ospite nella sua umile dimora:” Queste soglie, disse, le passò Alcide vincitore, questa reggia l´accolse. Osa, ospite, disprezzare le ricchezze e renditi tu pure degno del Dio, vieni non superbo con le cose povere.” Enea dunque stringe nuove alleanze che lo supporteranno nella guerra, ma riceve un insegnamento fondamentale che sarà poi il segreto della grandezza di Roma: eseguire i sacri riti prima di tutto, affinchè gli avvenimenti terreni siano solo un riflesso di cause già determinate sul piano sottile. La semplicità e la frugalità di Evandro inoltre trovano un naturale alleato in Enea, temprato dagli anni della guerra di Troia e dal lungo viaggio fino alle coste laziali.
In una sintesi finale troviamo tanti segni che tracciano chiaramente il sentiero luminoso da percorrere per l’Istituto Eneide:
la cura del sacro come fondamento di tutte le azioni, da non tralasciare soprattutto di fronte all’incalzare degli eventi
cercare sempre la connessione con le forze archetipali della stirpe, ricollegarsi alla fonte perenne, alle origini
non cedere mai al peso della vecchiaia, che spesso si manifesta come una senilità interiore, piena di rigidità e compromessi
rimanere saldamente ancorati alla semplicità, alla frugalità delle origini
trovare nuovi alleati tra le “popolazioni indigene”. Non chiudersi in piccole sette o parrocchie.


