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Alla fine degli anni Venti, la spedizione archeologica congiunta del Field Museum of Natural History e dell’Università di Oxford presso le rovine dell’antica città di Kish, nella pianura alluvionale del fiume Eufrate, ottanta chilometri a Sud della moderna Baghdad, fece una scoperta straordinaria: venne ritrovato lo scheletro di un carro a quattro ruote risalente al 3200 a.C.
Si trattava del più antico mezzo di locomozione su ruota mai scoperto fino a quel momento. Il ritrovamento andò a confermare un radicato stereotipo storiografico: la civiltà veniva dal Medio Oriente. Lì era stato inventato tutto quello che poi avrebbe permesso lo sviluppo delle culture organizzate, tra cui, appunto, la ruota, cioè quel disco che gira attorno a un asse, fondamentale per gli spostamenti e i lavori umani. Quanto a noi europei, dovevamo solo aver copiato particolarmente bene. Ex Oriente lux.
In un agile saggio pubblicato qualche tempo fa e intitolato L’invenzione della ruota: Quando la storia del mondo iniziò a rotolare (Bollati Boringhieri), il linguista tedesco Harald Haarmann ci racconta però un’altra storia.
Le nuove scoperte nell’Europa antica
Oggi, infatti, sappiamo che i siti dove sono stati rinvenuti i primi esemplari di carri si trovano a Nord e a Nordovest del Mar Nero e risalgono al IV millennio a.C. Si tratta di reperti antecedenti a quelli sumeri e provengono dai tumuli kurgan.
Da lì, e in particolar modo dalla antica metropoli commerciale di Majkop, i carri, assieme ai commercianti che si dirigevano a Sud per vendere materie prime, come il rame, e portare indietro gioielli, si diffusero. È in questo modo, grazie ai contatti avvenuti tra il 3700 e il 3500 a.C., che i popoli mesopotamici conobbero i primi carri che poi, qualche secolo dopo, inizieranno a riprodurre.
C’è del resto una ragione anche logistica alla base di questa differenza: le vaste pianure delle steppe, con terreni ben solidi, si prestano meglio a far viaggiare carri che, inizialmente, avevano massicce ruote piene ricavate dai tronchi di grossi alberi. Nella sabbia, queste sarebbero affondate. I costruttori di piramidi dell’antico Egitto, per esempio, trasportavano giganteschi blocchi di pietra su slitte che potevano scivolare sulla sabbia.
Non solo la ruota: il primato tecnologico dei paleo-europei
La ruota non è tuttavia l’unico frutto dell’inventiva delle genti dell’Europa antica. «Nell’ambiente della civiltà danubiana», scrive Haarmann, «vide la luce tutta una serie di altre conquiste tecnologiche: invenzioni originali che ancora non esistevano in nessun altro angolo del mondo. Furono degli ingegnosi paleo-europei a sviluppare un forno di cottura a due camere, che permetteva di cuocere oggetti di terracotta e vasellame a temperature alte ma controllabili», il che «ne rese possibile l’utilizzo per una funzione secondaria ma non meno importante, e cioè la fusione dei metalli».
Non solo: anche la scrittura, fondamentale per una società che si avviava a essere sempre più complessa, vide la luce nella stessa zona: «La datazione dei più antichi oggetti con iscrizioni, provenienti dai siti di Tartaria e Turdaș (in Transilvania, Romania), rimanda al 5300 a.C.»
«Nella civiltà danubiana gli inizi di un impiego sistematico di segni convenzionali, legati a un preciso significato, si ebbero ben due millenni prima dell’uso della scrittura nell’antico Egitto o in Mesopotamia», aggiunge lo studioso tedesco.
Il riferimento ai paleo-europei, cioè ai popoli pre-indoeuropei, aggiusta peraltro la mira rispetto a tendenze storiografiche troppo radicalmente discontinuiste: gli indoeuropei portarono certamente una rivoluzione, per il loro innato dinamismo e il carattere bellicoso, ma molte delle invenzioni fondamentali di questa epoca nacquero in contesti ibridi, di collaborazione tra vecchia e nuova Europa.
Nuovi approcci alla storia antica
Nella sua riscrittura della storia antica sulla base degli studi più moderni, Haarmann arriva a toccare altri totem. La Via della seta, che da millenni unisce Oriente e Occidente, per esempio, non sarebbe figlia dell’intraprendenza degli antichi cinesi, in cerca di sbocchi a Ovest per i loro prodotti pregiati:
«Molto tempo prima dei contatti commerciali nell’estremo Ovest della Cina, e cioè nel bacino del Tarim, vissero genti indoeuropee. Particolari sulla loro esistenza in quei luoghi si sono conosciuti soltanto con il ritrovamento e lo studio delle mummie di Urumqi. Molto prima dei commercianti provenienti da Oriente, gli itinerari commerciali della Via della seta furono frequentati da nomadi della steppa che da Occidente migrarono fino al bacino del Tarim».
Tornando alla ruota e alla rivoluzione globale che essa ha determinato, un caso a parte è quello delle civiltà precolombiane. Sia in Mesoamerica (Maya e Aztechi) sia nel continente meridionale (Moche e Inca), non vi furono né carri né ruote fino all’arrivo degli europei.
I Maya, per esempio, erano soliti costruire modellini di piccoli carretti — non è chiaro se fossero offerte votive o giocattoli — che gli archeologi hanno ritrovato in varie tombe del Messico. Ebbene, questi carri avevano appunto le ruote. Si tratterebbe di quella che l’antropologo francese Alain Testart chiamava «invenzione virtuale». Ovvero un’invenzione tecnica non interamente utilizzata, non sfruttata a dovere, un oggetto nuovo che non comporta cambiamenti nella società.
Un altro caso simile è quello dell’Egitto ellenistico, in cui era già stata inventata la macchina a vapore, utilizzata però esclusivamente per attivare l’apertura delle porte di alcuni templi.
Il che ci porta a due riflessioni.
La tecnica ha un cuore celato che non è tecnico, il suo sviluppo si basa su fattori culturali e sociali specifici. È anche, quindi, un tratto identitario: alcuni sistemi sociali e di pensiero sono più portati a sviluppare la tecnica, altri meno.
In presenza di un contesto culturale non all’altezza, la tecnica può essere deviata verso scopi inessenziali, futili o puramente ornamentali. Potrebbe essere, drammaticamente, la situazione dell’Occidente del terzo millennio.


