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Esistono taluni luoghi nel nostro pianeta in grado di sprigionare una forza ancestrale, spazi fisici che seppur avvolti nel mistero e non sempre di facile interpretazione emanano di per sé un’indiscutibile aura spirituale. Una forza primordiale pervade questi luoghi, forza che entra in risonanza col visitatore attento e magari alla riscoperta della propria identità.
Resta probabilmente muta invece per il turista mordi e fuggi, più interessato all’appagamento effimero dello scatto da ostentare su un social che alla riscoperta di un’identità culturale.
Uno di questi luoghi è senza ombra di dubbio il sito di Carnac con i suoi allineamenti megalitici.
Ci troviamo nel Nord-ovest della Francia, in una località affacciata direttamente sull’Oceano Atlantico, qui un paesino di 4000 abitanti appena restituisce agli occhi del visitatore, o in taluni casi oseremo dire più propriamente del pellegrino, un panorama composto da menhir allineati o disposti in cerchio(cromlech) che ne fanno il più esteso sito megalitico preistorico del mondo.
Lo scenario è a dir poco impressionante: 3000 monoliti (menhir) infissi sul terreno e dolmen (tombe collettive) a perdita d’occhio disegnano un paesaggio al contempo affascinante e misterioso.
Solo per chiarezza, i termini dolmen e menhir spesso erroneamente utilizzati in maniera sinonimica si riferiscono a due tipi diversi di monumenti megalitici preistorici. Un menhir è un’unica grande pietra eretta verticalmente nel terreno (pare che il termine voglia dire proprio “pietra lunga”), mentre un dolmen è una struttura funeraria composta da due o più pietre verticali che sostengono una lastra orizzontale, creando una sorta di tavolo o camera.
A Carnac si possono individuare sostanzialmente tre grossi allineamenti principali estesi su una superficie di circa 6km:
- Mènec: il più occidentale è probabilmente il più antico dei tre. Comprende circa 1050 menhir che si estendono per circa 1 km divisi in 11 file. A ogni estremità presenta recinti megalitici (cromlech): quello orientale è ben conservato, quello occidentale in parte ricostruito.
- Kermario: è il più spettacolare e le pietre sono le più grandi. Si estende per circa 1,3 km e presenta 10 file principali. L’area è dominata da menhir di grande taglia e si può osservare anche un dolmen ben conservato. Fa parte di quest’area anche il famoso Gigante di Manio (alto oltre 6 m), si trova poco oltre la parte orientale in una posizione isolata.
- Kerlescan : probabilmente il meno scenografico dei tre, tuttavia conserva 540 menhir divisi in 13 file.
Sia i menhir che i dolmen vengono datati in un arco di tempo che va dalla fine del V al III millennio a.C. non si tratta dunque, come inizialmente era stato ipotizzato, di un’opera attribuibile ai Celti i quali piuttosto utilizzarono le pietre sacre erette dai loro predecessori. L’utilizzo di grandi pietre per la celebrazione di riti religiosi ha origini antichissime e probabilmente l’usanza si è diffusa da un popolo all’altro, ereditata dagli antenati o semplicemente assimilata da altri popoli con cui si entrava in contatto. Del resto la “cattiva abitudine” di attribuire ai Celti alcuni ritrovamenti è frutto di quel fenomeno noto come Celtomania diffusosi già a partire dalla fine del XVIII secolo.
Indubbiamente la datazione dei monoliti ha rappresentato un processo complesso e tutt’altro che agevole in quanto il principale metodo scientifico comunemente utilizzato per la datazione dei reperti archeologici ovvero il Carbonio-14 è, come noto, applicabile solo a materiale organico; pertanto, si è dovuti ricorrere principalmente alla datazione indiretta di contesti di scavo (carboni ed altro materiale rinvenuti nella prossimità) o del contesto stratigrafico.
Tuttavia, più che la datazione, a destare perplessità e dibattiti nel mondo accademico e non solo è stata e continua ad essere la ragione per la quale vennero erette tali strutture.
Quale fosse la funzione di queste pietre purtroppo non è dato saperlo con certezza, la vastità degli allineamenti suggerisce che fossero sicuramente un punto focale per la comunità, si è ipotizzata dunque un’origine come meta di pellegrinaggio e di celebrazioni spirituali. Taluni insistono invece sulla funzione prettamente funeraria sebbene sia quasi impossibile rinvenire resti di sepoltura dato l’enorme lasso di tempo ormai trascorso e anche probabilmente a causa dell’uso dell’incinerazione dei morti.
Non si esclude anche la funzione astronomica, questo sito potrebbe essere stato utilizzato dagli astronomi dell’epoca per misurare i movimenti apparenti del sole, della luna e delle stelle. Oppure per ricavare un sistema in relazione con le stagioni e i lavori agricoli. O, ancora, per stabilire date specifiche per cerimonie religiose. Il mondo accademico, naturalmente poco propenso a teorie che si discostino troppo dalle “tesi ufficiali” abbraccia la tesi della funzione astronomica in maniera più disinvolta. Nello stesso Museo della Preistoria di Carnac vengono illustrate la “Teoria Solstiziale” e la “ Teoria luni-solare” come possibili interpretazioni.
Tra le teorie più lontane dall’accettazione del mondo accademico, ma non per questo da scartare, ve n’è una secondo cui queste pietre agirebbero come una sorta di agopuntura per la terra, è possibile infatti ritrovare in molti casi una corrispondenza tra il posizionamento delle pietre e linee di forza, falde acquifere sotterranee ed altre nodi energetici.
Lungi da noi voler provare a dirimere con un breve articolo la controversia, ma, quale che sia la destinazione funzionale di queste “pietre”, è innegabile che il fenomeno del megalitismo – di cui Carnac è l’esempio più eclatante- interpreta appieno quel senso di radici europee che andiamo ricercando, è infatti un fenomeno rintracciabile da Stonehenhe alla Bretagna, alla Baleari, passando per la Sardegna e fino in Puglia. Un fenomeno la cui spiegazione non può essere ridotta all’ipotesi di una cultura itinerante, ma va piuttosto intesa come espressione condivisa di una tradizione primordiale.


