
Le statue di Ercole a Ceuta: mito, uso e costruzione culturale
22 Settembre 2026di Sergio Filacchioni
Il discorso pronunciato da Marco Rubio il 7 ottobre ad Atene, dalla Pnice, con il Partenone sullo sfondo, è probabilmente destinato a diventare uno dei riferimenti culturali della destra occidentale nei prossimi anni. L’immagine del segretario di Stato americano che rivendica davanti all’Acropoli l’eredità della civiltà greca, tracciando una continuità ideale tra Omero, Roma, la cristianità medievale, il Rinascimento e la conquista dello spazio, possiede una forza simbolica difficilmente contestabile. Tanto più perché il discorso, intitolato In Defense of Western Civilization, supera ampiamente il repertorio del conservatorismo ordinario, recuperando una concezione della civiltà fondata sull’eccellenza, sull’ambizione, sull’azione e sulla volontà di potenza.
Il discorso di Rubio davanti al Partenone
Rubio non si limita a ricordare che Atene ha dato i natali alla democrazia e alla filosofia occidentale. Individua nella Grecia antica una disposizione spirituale più profonda, caratterizzata dalla curiosità verso l’ignoto, dal desiderio di esplorare, dalla competizione e dalla ricerca della gloria. È il thymós, che egli descrive come il fuoco della passione, della forza, del coraggio e dell’orgoglio, a costituire il principio vitale delle grandi civiltà. Una società che rinuncia al rischio, che abbassa i propri standard per proteggere la mediocrità e che considera la sicurezza individuale superiore a ogni aspirazione collettiva finisce inevitabilmente per perdere la capacità di produrre storia. Gli uomini che costruirono il Partenone, osserva Rubio, guardavano verso l’alto, mentre le società contemporanee sembrano sempre più impegnate ad abbassare le proprie aspettative.
È una critica che intercetta questioni ben più profonde della polemica contro il progressismo culturale. Il recupero dell’agonismo greco, il rifiuto di identificare la civiltà con la semplice conservazione delle sue forme e il richiamo alla necessità di produrre nuove realizzazioni tecniche, scientifiche e politiche delineano un’idea dinamica della tradizione. Non stupisce che un simile discorso possa esercitare un’attrazione particolare sulla destra europea, soprattutto su quella parte che non si riconosce né nell’europeismo amministrativo né in un conservatorismo ridotto alla difesa dell’esistente. Proprio per questo sarebbe poco produttivo affrontare Rubio attraverso una confutazione prevalentemente storiografica, discutendo la precisione delle sue ricostruzioni dell’antichità o contestando la selezione degli episodi attraverso cui costruisce la genealogia occidentale. Il problema fondamentale del suo intervento è politico. Rubio restituisce all’Occidente una storia comune e una volontà di potenza, ma non contempla l’Europa come possibile soggetto autonomo di quella potenza. La civiltà che celebra nasce sul nostro continente, mentre il progetto politico chiamato a raccoglierne l’eredità continua ad avere il proprio centro a Washington.
La civiltà comune e la politica delle potenze
Il passaggio più significativo del discorso arriva quando Rubio, dopo aver ricostruito la continuità fra antichità e modernità, rivendica la scelta compiuta dall’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti, afferma, hanno deciso di perseguire senza complessi la propria potenza nazionale, recuperando il controllo delle filiere produttive, ricostruendo l’industria, rafforzando le capacità militari e contendendo ai rivali la supremazia nelle tecnologie del futuro. Dall’intelligenza artificiale ai semiconduttori, dall’energia alla produzione bellica, fino al ritorno degli astronauti sulla Luna, il programma americano consiste nel riconquistare la capacità di determinare autonomamente le condizioni materiali del proprio avvenire. Il riferimento alla Grecia serve a legittimare questa impostazione. Rubio ricorda che gli antichi conoscevano perfettamente la natura conflittuale della politica, l’importanza degli interessi e la necessità di accompagnare la diplomazia con una forza credibile. La competizione fra potenze non rappresenta dunque una deviazione rispetto alla civiltà occidentale, ma una delle manifestazioni di quella disposizione agonistica che ne avrebbe accompagnato l’intero sviluppo.
La conseguenza di questo ragionamento, tuttavia, non può fermarsi ai confini degli Stati Uniti. Se una civiltà si definisce attraverso la capacità di affermarsi, competere e perseguire i propri interessi, non esiste alcuna ragione per cui gli europei debbano rinunciare a esercitare le medesime prerogative nei confronti della potenza americana. L’appartenenza a una tradizione comune non implica l’identità degli interessi geopolitici, come dimostra del resto la stessa storia europea, attraversata da conflitti fra popoli che condividevano riferimenti religiosi, culturali e filosofici. La Grecia antica offre un esempio particolarmente eloquente. Atene e Sparta appartenevano a un medesimo universo civilizzazionale, riconoscevano riferimenti comuni e partecipavano a uno stesso orizzonte simbolico, senza che questo impedisse loro di combattersi per la supremazia. La parentela culturale non cancellava la distinzione politica. È quanto emerge, su un piano differente, anche dalla riflessione di Tucidide sulla guerra del Peloponneso: l’esistenza di un mondo greco non significava l’esistenza di una volontà politica greca unitaria.
Distinguere Europa da Occidente
La distinzione diventa ancora più importante nel rapporto tra Europa e America. Gli Stati Uniti sono certamente una derivazione della civiltà europea, ma non costituiscono semplicemente una sua prosecuzione geografica. L’esperienza americana ha trasformato materiali culturali, religiosi, istituzionali e tecnici provenienti dall’Europa, sviluppandoli dentro condizioni storiche differenti, fino a produrre una potenza capace di esercitare un’influenza determinante sul continente da cui quegli stessi materiali provenivano. È la dinamica descritta da Guillaume Faye quando, in Perchè combattiamo (Passaggio al Bosco, 2023), distingue l’Europa dall’Occidente contemporaneo, definendo quest’ultimo una civiltà planetaria originatasi dal continente e successivamente dominata dal modello americano. Adriano Scianca, in Europa vs Occidente (Altaforte, 2023), ha approfondito lo stesso problema mostrando come l’Occidente appartenga realmente alla genealogia europea senza per questo esaurirne tutte le possibilità storiche. L’ordine atlantico del secondo Novecento rappresenta una configurazione determinata dei rapporti di potere, non il compimento necessario di una storia cominciata nell’antichità.
In questo senso il discorso di Rubio opera una sovrapposizione decisiva. La comune eredità di Atene, Roma e della cristianità viene presentata come fondamento di un’alleanza che, nella sua concreta organizzazione geopolitica, continua a essere strutturata attorno alla superiorità americana. La continuità civilizzazionale finisce così per conferire una legittimazione storica a un rapporto di forza molto più recente. Ma se l’Europa ha generato l’America, da ciò non deriva che debba necessariamente riconoscerle una funzione permanente di direzione politica.
Il risveglio europeo secondo Washington
La questione appare con particolare chiarezza quando Rubio passa dalla ricostruzione storica alle prospettive contemporanee. Il segretario di Stato auspica che l’Europa si risvegli dal proprio torpore, recuperando l’energia che ne aveva animato la storia. Individua segnali incoraggianti nell’aumento della spesa militare, nei nuovi programmi industriali e negli impegni assunti dagli alleati durante il vertice NATO dell’Aia del giugno 2025. È significativo, però, che il soggetto di questa rinascita rimanga indefinito. Quando Rubio parla degli Stati Uniti, delinea un programma di potenza nazionale che investe contemporaneamente industria, tecnologia, energia, difesa e politica estera. Quando parla dell’Europa, descrive invece una pluralità di Stati chiamati ad aumentare il proprio contributo all’alleanza. Non compare un progetto di sovranità continentale, né una riflessione sulle condizioni necessarie perché gli europei possano formulare e sostenere una decisione strategica indipendente da Washington.
Il riferimento all’accordo sulla Groenlandia è particolarmente rivelatore. Rubio presenta l’intesa sottoscritta il 22 settembre 2026 tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia come un modello di collaborazione capace di rafforzare contemporaneamente le due sponde dell’Atlantico. Il testo dell’accordo riconosce espressamente la sovranità danese e il diritto all’autodeterminazione groenlandese, ma consente anche agli Stati Uniti di ampliare le attività della base di Pituffik e di istituire ulteriori aree militari a Narsarsuaq e Mestersvig. Le disposizioni non prevedono una scadenza e l’entrata in vigore rimane subordinata alle necessarie procedure parlamentari. L’accordo risponde a interessi strategici concreti, legati alla crescente importanza militare dell’Artico, e può offrire benefici effettivi anche alle controparti europee. Ma il suo significato rimane quello di un’intesa attraverso cui Washington consolida la propria presenza militare in uno spazio decisivo per la sicurezza transatlantica. Non emerge una nuova capacità autonoma dell’Europa, bensì il rafforzamento di un’architettura strategica esistente, negoziato con singoli interlocutori europei.
I limiti del sovranismo di fronte ai nuovi conflitti
Lo stesso modello ritorna nella valorizzazione della Grecia quale alleato esemplare, soprattutto nella cooperazione militare, energetica e tecnologica. Atene può legittimamente trarre vantaggio dai propri rapporti con Washington, ma la somma di accordi bilaterali favorevoli non produce necessariamente una potenza europea. Un continente composto da Stati più armati, più assertivi e tuttavia dipendenti dagli Stati Uniti per le capacità strategiche fondamentali può continuare a occupare una posizione subordinata anche dopo aver sensibilmente aumentato le proprie risorse. Qui emerge il limite di una certa concezione sovranista, che considera lo Stato nazionale l’unico livello possibile dell’autonomia politica. Le nazioni europee sono realtà storiche consolidate, dotate di identità, istituzioni e interessi propri, ma la dimensione raggiunta dalla competizione internazionale rende sempre più difficile esercitare separatamente alcune prerogative decisive della sovranità. La superiorità tecnologica, la produzione militare, l’accesso alle risorse strategiche e il controllo delle infrastrutture richiedono capacità che, in molti casi, superano la scala dei singoli Stati europei.
Il richiamo alla nazione può dunque rappresentare una reazione alla depoliticizzazione degli ultimi decenni senza per questo fornire una risposta sufficiente al problema della potenza. Come ha mostrato Carl Schmitt ne Il concetto del politico, la questione decisiva riguarda la capacità di una comunità di assumere autonomamente le decisioni fondamentali della propria esistenza. Nella contemporaneità questa capacità dipende anche dalla scala alla quale possono essere organizzati gli strumenti necessari a sostenerla. Un’Europa politicamente autonoma non dovrebbe necessariamente riprodurre su scala continentale la centralizzazione dello Stato nazionale, né identificarsi con l’attuale configurazione dell’Unione europea. Dovrebbe però possedere un centro di decisione capace di coordinare le risorse comuni negli ambiti che determinano la sua posizione internazionale. Senza questo passaggio, il recupero delle sovranità nazionali rischia di lasciare intatta la frammentazione attraverso cui si riproducono le dipendenze strategiche del continente.
Ucraina e Medio Oriente, quando l’interesse prevale sulla civiltà
La distanza fra appartenenza culturale e interesse politico diventa ancora più evidente osservando le scelte internazionali dell’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti mantengono rapporti strategici privilegiati con Israele e con le monarchie del Golfo, la cui collocazione culturale e politica non può essere ricondotta senza ulteriori distinzioni alla genealogia occidentale celebrata da Rubio. Il riferimento alle radici bibliche della cristianità non stabilisce alcuna automatica continuità politica fra la storia religiosa europea e lo Stato israeliano contemporaneo. Né il progressivo rafforzamento delle componenti religiose fondamentaliste nella politica israeliana consente di identificare senza problemi le scelte del suo governo con la difesa della civiltà occidentale. La questione riguarda soprattutto il criterio attraverso cui vengono definite le alleanze. Il sostegno americano a Israele, come la cooperazione con le monarchie del Golfo, risponde a valutazioni strategiche, economiche e militari che non richiedono una comune appartenenza civilizzazionale. Washington considera determinati rapporti necessari al perseguimento dei propri interessi e agisce di conseguenza. È un comportamento coerente con la concezione realistica della politica rivendicata dallo stesso Rubio. Questa libertà di valutazione deve però valere anche per l’Europa. Se la politica estera americana può articolarsi attraverso alleanze e convergenze che superano i confini della civiltà occidentale, l’appartenenza degli europei alla medesima tradizione non può trasformarsi in un vincolo che imponga loro di identificare sistematicamente i propri interessi con quelli statunitensi e sionisti.
La guerra in Ucraina rende la questione ancora più concreta. Dal febbraio 2022 il continente europeo è direttamente investito dalle conseguenze dell’aggressione russa, sul piano militare, energetico, economico e politico. Gli Stati Uniti hanno interessi rilevanti nella sicurezza europea, ma conservano una posizione geografica e strategica differente. La sopravvivenza dell’Ucraina e le condizioni del futuro assetto continentale riguardano gli europei in maniera immediata, mentre la politica americana può subordinare le proprie scelte anche a priorità globali differenti. Il meccanismo PURL, avviato nel luglio 2025, mostra una parte di questa asimmetria. Attraverso il programma coordinato dalla NATO, gli alleati finanziano acquisti di equipaggiamenti militari statunitensi destinati a Kyiv. L’8 settembre 2026 il segretario generale Mark Rutte ha dichiarato che, nell’ultimo anno, gli alleati avevano destinato complessivamente dieci miliardi di dollari al PURL e alle vendite militari americane per l’Ucraina. Si tratta di forniture importanti per la difesa ucraina, ma anche della dimostrazione che una parte significativa della risposta europea a una guerra combattuta sul continente continua a dipendere dalla capacità produttiva degli Stati Uniti.
Il rapporto con Mosca segna il realismo dalla civiltà
A questa dipendenza si accompagna la possibilità di una diversa valutazione degli interessi diplomatici ed economici. Proprio l’8 ottobre, Reuters ha riferito di colloqui tra interlocutori americani e russi relativi all’eventuale ingresso di investitori statunitensi nei gasdotti Nord Stream. Un funzionario della Casa Bianca ha negato che vi siano state discussioni recenti su quel progetto, mentre un’eventuale operazione rimane ostacolata dalle sanzioni e dall’opposizione tedesca. La prospettiva stessa, tuttavia, mostra come il futuro energetico europeo possa diventare materia di negoziazione tra Washington e Mosca sulla base di interessi commerciali che non coincidono necessariamente con quelli dei Paesi direttamente coinvolti. L’eventuale partecipazione di capitali americani alla riapertura dei collegamenti energetici con la Russia, mentre gli Stati europei sostengono costi ingenti per rafforzare la propria sicurezza contro la minaccia russa, renderebbe particolarmente evidente questa divergenza. Non perché gli Stati Uniti siano tenuti a rinunciare ai propri interessi economici in nome di un’astratta solidarietà continentale, ma perché la stessa logica dovrebbe autorizzare gli europei a definire autonomamente le proprie condizioni di sicurezza, i rapporti energetici e i termini di una futura sistemazione del conflitto.
L’esistenza di una civiltà comune, dunque, non elimina la distribuzione diseguale dei costi, dei benefici e delle responsabilità. Quando una guerra coinvolge direttamente la sicurezza europea, l’assenza di un soggetto continentale capace di formulare una propria strategia lascia il continente esposto alle decisioni di potenze che dispongono già degli strumenti per perseguire i rispettivi interessi.
Il riarmo europeo e la possibilità dell’emancipazione
La critica al modello atlantico delineato da Rubio non comporta che l’Europa debba respingere le opportunità prodotte dalla nuova politica americana. Il recupero della dimensione della potenza, la contestazione dell’illusione post-storica e la pressione verso una maggiore responsabilità militare degli alleati possono contribuire a modificare condizioni che per decenni hanno limitato l’autonomia europea. Il vertice NATO dell’Aia del 25 giugno 2025 ha impegnato gli alleati a raggiungere entro il 2035 una spesa complessiva per la difesa e la sicurezza pari al 5% del prodotto interno lordo, comprendendo almeno il 3,5% destinato alle esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% per infrastrutture, innovazione e altre capacità connesse. Parallelamente, il Libro bianco della Commissione europea Readiness 2030, presentato nel marzo 2025, ha individuato la necessità di rafforzare la base industriale continentale, ridurre la frammentazione degli acquisti e sviluppare capacità comuni nei settori tecnologici e militari più importanti.
Questi processi possono costituire una base materiale per una futura autonomia, ma il loro risultato politico non è già contenuto nell’aumento della spesa. La costruzione di capacità militari può rafforzare l’Europa oppure renderla un componente più efficiente di un sistema strategico diretto altrove. La differenza dipende dal controllo delle tecnologie, dall’organizzazione delle filiere, dalla disponibilità di alternative industriali e soprattutto dall’esistenza di una volontà politica capace di orientare l’impiego delle risorse. Un continente che acquista più sistemi d’arma americani può migliorare sensibilmente la propria difesa senza modificare la dipendenza da Washington. Lo stesso vale per le infrastrutture digitali, l’intelligence, le comunicazioni satellitari, la logistica e i sistemi di comando. La sovranità contemporanea non coincide con il possesso formale di un esercito o con la facoltà giuridica di assumere decisioni, ma con la possibilità materiale di sostenerle anche quando incontrano l’opposizione di un altro soggetto.
L’Europa di fronte al riarmo
La questione delle basi americane in Europa, infine, appartiene a questo medesimo problema. La loro presenza non esaurisce il giudizio sul grado di autonomia del continente, ma diventa politicamente significativa quando viene esaminata insieme alle dipendenze tecnologiche, militari e operative che caratterizzano l’attuale architettura della sicurezza. Un’alleanza fra soggetti sovrani presuppone la possibilità effettiva di negoziare, modificare e, quando necessario, rifiutare condizioni considerate contrarie ai propri interessi. Se questa possibilità manca, la sovranità formale non corrisponde pienamente alla capacità politica. Sarebbe quindi un errore attendersi che il riarmo produca automaticamente l’emancipazione europea. La storia offre numerosi esempi di strumenti nati per sostenere un ordine che hanno successivamente contribuito a trasformarlo, ma nessun automatismo garantisce che ciò avvenga. Le capacità acquisite rimangono disponibili per finalità differenti e possono consolidare le dipendenze esistenti tanto quanto contribuire a superarle.
Da questo punto di vista, la sfida per la destra europea è particolarmente impegnativa. Il discorso di Rubio offre un patrimonio di riferimenti nel quale è possibile riconoscersi senza difficoltà, ma l’adesione culturale al trumpismo rischia di tradursi in una rinuncia preventiva a sviluppare una posizione geopolitica autonoma. La critica alla burocrazia comunitaria, la difesa delle identità nazionali e la rivendicazione della grandezza occidentale non costituiscono ancora un progetto di potenza europea. Possono perfino convivere con la conservazione di un continente politicamente frammentato, nel quale ciascuna nazione cerca separatamente il proprio rapporto privilegiato con Washington. La distinzione fra Europa e Occidente deve quindi acquistare un significato politico concreto. Non si tratta di immaginare un’Europa estranea alla modernità americana, né di sostituire l’atlantismo con una subordinazione di segno opposto. Gli Stati Uniti appartengono a una storia profondamente intrecciata a quella europea e possono continuare a rappresentare un alleato tra gli altri. Ma l’alleanza deve essere il risultato di una convergenza liberamente determinata, non la conseguenza inevitabile di un destino manifesto.
Un’eredità storicamente attiva
In questa prospettiva, il recupero dell’orgoglio civilizzazionale proposto da Rubio potrebbe perfino favorire un processo molto diverso da quello immaginato dall’amministrazione Trump. La volontà di potenza, una volta riattivata, non può essere confinata indefinitamente entro i rapporti gerarchici che caratterizzano il presente. Un’Europa che tornasse a riconoscersi come soggetto storico dovrebbe prima o poi interrogarsi sulle condizioni materiali e istituzionali della propria indipendenza, assumendo anche la possibilità che i propri interessi divergano da quelli americani. È qui che il richiamo all’antichità acquista il suo significato più interessante. La tradizione non consiste nella riproduzione delle forme del passato, ma nella capacità di generare nuove forme attraverso il materiale che la storia ha trasmesso. Quindi, l’eredità diventa storicamente attiva quando un presente riesce a trasformarla in un nuovo cominciamento.
Il Partenone celebrato da Rubio testimonia una civiltà che non si accontentò di conservare ciò che aveva ricevuto, ma seppe produrre qualcosa destinato a sopravviverle per millenni. La sua grandezza non dipende soltanto dalla permanenza delle colonne, bensì dalla forza creatrice che quelle colonne continuano a rappresentare. Applicare questa lezione all’Europa contemporanea significa riconoscere che la fedeltà alla propria storia non può risolversi nella contemplazione dei suoi monumenti, mentre la produzione delle tecnologie, delle istituzioni e delle condizioni strategiche del futuro viene affidata ad altri. Rubio ha restituito agli europei un’immagine della loro civiltà nella quale possono riconoscere l’ambizione, il coraggio e la capacità di costruire. Resta da comprendere se quella stessa immagine debba servire a rafforzare l’adesione a un Occidente guidato dagli Stati Uniti oppure a rendere nuovamente concepibile un’Europa capace di esercitare autonomamente la propria potenza. La prima possibilità è già contenuta nella politica dell’amministrazione Trump. La seconda richiede un progetto che non può venire da Washington. Una civiltà che ha generato l’America non ha alcuna ragione storica e ontologica per considerare definitivamente esaurita la propria capacità di generare una nuova forma politica.


