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“I sovietici senza il Gulag”: polizia del pensiero, censura, denuncia, vessazioni giudiziarie, chiusura arbitraria di conti bancari, divieti illegittimi di riunioni o conferenze, inflazione di regolamenti assurdi, sorveglianza diffusa.
Il “campo del bene”, quando le sue illusioni si infrangono contro il muro della realtà, inizia a radicalizzarsi e pretende di condannare alla morte sociale qualsiasi spirito che osi mettere in discussione i suoi sacrosanti “valori” e il credo del progresso universale e indefinito.
La libertà è tuttavia una delle aspirazioni fondamentali che attraversa la storia dei nostri popoli in varie forme. Fin dagli albori della nostra storia, essa emerge brillantemente nei poemi di Omero, dove uomini integri si oppongono alla servitù. È cantata nell’eleuthería delle città greche, dove la dignità del cittadino è radicata nella fedeltà alla legge comune. È incisa nella pietra delle tavole romane, dove la libertà del cittadino è identificata con il destino della Repubblica. È rifiorita nelle carte medievali, dai comuni liberi che proclamavano il loro diritto di autogovernarsi alle corporazioni che regolavano la vita dei mestieri in nome del bene comune. Ha brillato nelle rivoluzioni nazionali, quando i popoli d’Europa si sono sollevati per difendere la loro indipendenza, la loro sovranità e la loro memoria.
Per gli europei, la libertà è sempre stata più della somma dei diritti individuali. È innanzitutto un legame consensuale, un’appartenenza assunta. Si basa sull’affectio societatis: la volontà di unirsi per formare una comunità politica. Senza questa volontà, non può esserci città, né popolo, né civiltà – e quindi nessuna libertà incarnata.
Questo slancio civilizzatore sta ora affrontando pericoli senza precedenti. La libertà viene distorta in un libertarismo sfrenato, che pretende di abolire tutti i limiti antropologici e tutti i legami con la tradizione. Ma questa ipertrofia dei diritti individuali genera il suo contrario: mentre proclamiamo un’emancipazione senza limiti, si sta sviluppando una società della sorveglianza. Siamo controllati, costretti e censurati, sempre in nome della libertà. La vecchia massima di Saint-Just, «nessuna libertà per i nemici della libertà», trova così la sua conferma definitiva: nessuna libertà reale, radicata in comunità sociali concrete e specifiche, per i nemici della Libertà astratta e universale, che è ideologica e rivoluzionaria nella sua essenza.
Mai prima d’ora gli individui sono stati così fortemente incoraggiati a rivendicare il diritto di liberarsi da ogni vincolo da un sistema che tuttavia riduce sempre più le loro libertà concrete di pensiero, di parola e di azione; e mai prima d’ora le libertà politiche dei popoli sono state così messe in discussione. A tutti è garantita la «libertà» di consumare e negare le proprie radici, ma alle nazioni e ai popoli è negata la possibilità di decidere autonomamente, di preservare la propria memoria e la propria coerenza e, soprattutto, di esercitare la sovranità sul proprio territorio.
Eppure l’Europa è sempre stata in grado di coniugare le libertà individuali con la libertà collettiva. Le libertà germaniche, le franchigie cittadine, le rivolte contadine, le lotte nazionali e popolari: tutte hanno testimoniato questa antica verità, che l’uomo è veramente libero solo all’interno di una comunità libera. Questo è lo spirito che deve animare le istituzioni, al servizio del bene comune. La libertà non è solipsismo: è la volontà di condividere un destino.
È la via verso questa ovvia verità che dobbiamo riscoprire. La vera libertà non fiorisce nell’isolamento, ma nella fiducia. Non prospera nella diffusa sfiducia e nella sorveglianza costante, ma nel radicamento di norme condivise, tradizioni viventi e legami solidi. Dove la società si disgrega, prende piede la repressione. Dove le consuetudini sono forti, le leggi sono meno rigide. Già Aristotele ci avvertiva: la tirannia nasce sempre da una rottura della fiducia tra i cittadini.
Riaffermare la loro libertà per gli europei di oggi significa quindi riconnettersi con la civiltà della fiducia in contrapposizione alla società della sfiducia. Significa opporsi all’anarco-tirannia che distrugge la libertà con una concezione elevata delle libertà, basata sulla responsabilità e su radici profonde. Significa ricordare che la libertà non è un diritto universale e illimitato, ma un dovere condiviso; non il vagabondaggio dell’individuo slegato, ma la lealtà di un popolo verso se stesso. È giunto il momento di rompere con le illusioni di una libertà ridotta a capriccio, che può solo portare al nichilismo e al caos.
Questo è lo spirito del nostro convegno annuale: incoraggiare i popoli d’Europa a svegliarsi, a denunciare le misure liberticide che portano alla soffocante sicurezza, e a rinunciare alle illusioni liberal-libertarie per riscoprire il significato della libertà autentica, portata dal soffio di una civiltà che non si rassegna alla dolce servitù dei mercati e della sorveglianza, ma sceglie l’onore di un destino comune.

Informazioni pratiche:
13° simposio dell’Istituto Iliade
Libertà. Pensiero – Parola – Azione
Sabato 11 aprile 2026 dalle 10:00 alle 19:00
Maison de la Chimie, 28 rue Saint-Dominique 75007 Parigi


