
Come gru sui prati d’Asia: Omero cantore del vitale
15 Luglio 2026
L’eredità di Omero
22 Luglio 2026a cura di Demos and Polis
Il film di Cristopher Nolan uscirà nelle sale di tutto il mondo il 17 luglio, portandosi dietro infinite polemiche. È un fatto positivo. Poiché quel dibattito ci rivela qualcosa di straordinario: quasi tremila anni dopo la composizione dell’Odissea, l’umanità sta ancora discutendo di Omero. L’Odissea non è semplicemente un poema greco antico; è uno dei libri fondanti della civiltà. Non perché tutti l’abbiano letto, vi siano affezionati o ne condividano l’etica, ma perché generazione dopo generazione si sente in dovere di rispondergli.
L’adattamento dell’Odissea di Christopher Nolan ha già compiuto un’opera notevole. E non si tratta della polemica riguardante il cast.
Il film è stato presentato in anteprima a Londra il 6 luglio; uscirà nelle sale di tutto il mondo il 17 luglio. Taluni discutono le scelte storiche, altri si interrogano se le opere di Omero debbano essere adattate per un pubblico del ventunesimo secolo. Alcuni accolgono con favore la reinvenzione, altri paventano il maltrattamento del testo originale e della civiltà che lo ha generato.
È un fatto positivo. Poiché quel dibattito ci rivela qualcosa di straordinario: quasi tremila anni dopo la composizione dell’Odissea, l’umanità sta ancora discutendo di Omero. Non è un’impresa da poco. Pochissimi libri possono vantare un simile destino.
L’Odissea non è semplicemente un poema greco antico; è uno dei libri fondanti della civiltà. Non perché tutti l’abbiano letto, vi siano affezionati o ne condividano l’etica, ma perché generazione dopo generazione si sente in dovere di rispondergli.
I. Omero: L’uomo che deve ritornare
Per Omero, l’Odissea è la storia di un ritorno.
Ulisse è sopravvissuto a dieci anni di guerra a Troia. Una guerra a cui, in primo luogo, non voleva partecipare. Tuttavia, sopravvivere alla guerra non equivale a tornare alla propria dimora.
Tra la vittoria e Itaca si frappongono tempeste, mostri, tentazioni, oblio, dolore, orgoglio, incantesimi e perdite. E quelle che si è procurato da solo, sfidando il dio del mare, Poseidone.
Intrappolato sull’isola di Calipso, con la promessa dell’immortalità se solo rimanesse, Ulisse ne assapora il gusto, ma infine parte. Tutto ciò che desidera è rivedere il fumo dei suoi camini, afferma. Ha conosciuto la gloria; ha avuto un’immortale con cui giacere e che si prendesse cura di lui. Eppure brama il fumo, che si leva da un tetto che gli è noto.
Omero conferisce persino un nome a questo desiderio: nostimon ēmar, “il giorno del ritorno”, una formula che ricorre nell’intero poema, per lo più sulle labbra dello stesso Ulisse, mentre supplica gli dei che arrivi. Solo una volta Omero ci mostra esattamente quale sarà il costo di quel giorno, prima ancora che lo raggiunga.
Alla corte dei Feaci, un aedo cieco canta la caduta di Troia, la guerra di Ulisse, la sua stessa gloria. Ulisse piange dietro il mantello, un grido soffocato che solo il suo ospite percepisce. Per la similitudine, Omero attinge a qualcosa che nulla ha a che fare con un re che torna a casa: Ulisse piange, dice, come piange una donna che si getta sul corpo del marito caduto, nell’istante che precede la sua condanna alla schiavitù. È un’immagine strana, eppure così realistica da accostare a un uomo diretto verso la propria soglia. Ma dice chiaramente ciò che il nostimon ēmar solo sottintende: che il giorno del ritorno non è scevro dal giorno della partenza. Ulisse recupera la sua dimora, ma non riesce a conservare l’uomo che ne aveva conquistato il diritto.
Il ritorno di Ulisse diviene il paesaggio della condizione umana.
Ecco perché l’Odissea non è mai stata semplicemente un’avventura.
È un’antropologia. Si interroga su cosa resti di un essere umano dopo aver raggiunto il successo e la gloria. Dopo il fallimento, l’esilio, la perseveranza e il tempo pagato col sangue.
Achille vince la gloria; Ulisse guadagna la casa.
Sopravvive perché muta pur continuando a essere sé stesso.
Questa è una delle intuizioni più profonde di Omero.
La vita non riguarda semplicemente la conquista del mondo; concerne anche il trovare la strada verso casa senza smarrire la propria anima.
C’è una nobile tradizione, che risale al critico che chiamiamo Longino, secondo cui Omero stesso visse due volte questa trasformazione: una volta all’interno dell’Odissea e una volta scrivendola. L’Iliade, sosteneva Longino, fu composta quando il genio del poeta era al culmine, e si palesa: è tutta azione, tutta collisione, il poema di un giovane. L’Odissea la scrisse in vecchiaia, e la vecchiaia, diceva, preferisce raccontare storie piuttosto che combattere battaglie. Omero nell’Odissea, scrisse Longino, è come il sole al tramonto: “è ancora grande come sempre, ma ha perduto il suo calore fervente”. Che un solo poeta abbia scritto o meno entrambi i poemi epici (gli studiosi lo dibattono da sempre) il mondo antico leggeva già i due componimenti come due età di una stessa vita. L’Iliade è ciò che un uomo desidera a vent’anni. L’Odissea è ciò a cui giunge a sessant’anni. Tra i due, Omero ha donato alla Grecia non un testamento, ma due: il poema della gloria e il poema del ritorno.
II. Tennyson: L’uomo che non può riposare
Più di duemila anni dopo, Alfred, Lord Tennyson compie qualcosa di straordinario. Inizia dove Omero finisce. Ulisse è a casa. Ha il suo regno. Sua moglie. Suo figlio. Il suo trono.
Eppure è irrequieto. In cinque parole, l’Ulisse di Tennyson liquida il ritorno a casa stesso, per il quale l’Ulisse omerico ha sanguinato per ventiquattro canti: è, dice, semplicemente “legato a una moglie ormai anziana”. Per l’Ulisse di Tennyson, la riunione non è il premio; è il lamento.
L’Ulisse di Tennyson non può accettare che l’approdo sia la fine della storia. Si rivolge ai suoi vecchi compagni e dice loro che non è troppo tardi “per cercare un mondo nuovo”, non curandosi del fatto che nel racconto di Omero quegli uomini siano già morti, annegati, divorati o trasformati in porci capitoli addietro. Tennyson resuscita un equipaggio di cui ha necessità, perché l’argomentazione che intende sostenere richiede un “noi”. Non è un omaggio a Omero; è l’autorità di un poeta.
La sua celebre dichiarazione: “Lottare, cercare, trovare e non arrendersi” trasforma il re omerico nell’anima moderna perennemente attratta verso un altro orizzonte. Non è più la necessità di ritornare; è l’impossibilità di fermarsi.
L’età vittoriana si è riconosciuta in quella fame del suo Ulisse.
III. Joyce: L’epica nascosta nella vita ordinaria
Poi James Joyce compie qualcosa di ancora più radicale: sposta il Mediterraneo a Dublino.
Il suo romanzo non si apre su un mare color del vino, ma su una ciotola da barba: “Solenne, florido, Buck Mulligan comparve dalla cima della scala”, insaponandosi il viso sul tetto di una torre sopra l’acqua. Nessuna armatura. Nessuna profezia. Solo un uomo che si rade.
Il suo Ulisse non si dipana attraverso isole e tempeste, ma attraverso un giorno ordinario in una città ordinaria, il 16 giugno 1904: una data oggi serbata, quasi seriamente, come una festività dai lettori che la chiamano *Bloomsday*.
Non vi sono Ciclopi. Non vi sono Sirene. Non vi sono dei che discendono dall’Olimpo.
Eppure vi sono. Poiché Joyce comprende qualcosa di profondo: che l’Odissea non è solo, né primariamente, un racconto sull’antica Grecia. È una radiografia della struttura dell’esperienza umana. I mostri cambiano semplicemente nome; il viaggio continua; la dimora rimane ardua da raggiungere.
Quando Leopold Bloom, l’Ulisse di Joyce, un procacciatore di pubblicità di Dublino, torna finalmente a casa dalla moglie Molly, Joyce conferisce l’ultima parola non a lui, ma a lei. La frase conclusiva del romanzo, e il ritorno a casa di Molly verso il ricordo dell’accettazione di Bloom, termina su una singola sillaba ripetuta: “…e sì ho detto sì lo voglio Sì”. Laddove l’eroe di Tennyson rifiuta di essere soddisfatto dal ritorno, l’eroina di Joyce lo afferma in modo assoluto. È la risposta di Penelope, non quella di Ulisse, a chiudere il libro.
Joyce scopre che l’epica non si misura nel tempo e nella distanza. Si misura nell’umanità e nella profondità.
IV. Nolan: Il mito ritorna, ora in IMAX
L’Odissea di Nolan non è più un’ipotesi. Ora sappiamo molto su ciò che ha realizzato e sul perché.
Ha scelto Matt Damon nel ruolo di Ulisse e Anne Hathaway in quello di Penelope, con Tom Holland, Zendaya, Charlize Theron, Robert Pattinson e Lupita Nyong’o a completare un cast costruito, secondo lo stesso Nolan, sulla logica che il pubblico si sentirebbe più a suo agio nell’incontrare il mito attraverso volti familiari.
La scelta che ha già generato il maggior chiasso è la sua: i personaggi parlano un inglese contemporaneo, non qualcosa che si avvicini alla dizione omerica. Nolan ha dichiarato al Los Angeles Times di ricercare “una narrazione terrena. Per me è stata una scelta ovvia”, aggiungendo, con una certa elegante autoconsapevolezza, che potrebbe “mordermi il sedere”. Voleva un linguaggio dotato di forza emotiva piuttosto che intellettuale, parlato da persone in cui il pubblico potesse credere in quanto tali. In effetti, una vera risposta contemporanea in tempi in cui i sentimenti sono sempre più invalidanti o spingono l’umanità ai limiti del suo potere di atrocità.
Nolan ha anche scritturato il rapper Travis Scott nel ruolo di un bardo, un gesto deliberato verso il fatto che le poesie di Omero non venivano scritte ma cantate e tramandate di bocca in bocca per secoli prima che qualcuno le mettesse per iscritto, la tradizione orale che Nolan vede come un antenato del rap.
Nel plasmare Ulisse stesso, Nolan ha fatto riferimento specificamente alla traduzione di Emily Wilson del 2017, la stessa traduzione la cui resa semplice delle scene più aspre del poema ha guidato gran parte della discussione accademica su come l’Odissea tratti donne e schiavi (altro su questo più avanti). L’Ulisse di Nolan, secondo la sua stessa descrizione, è “uno stratega straordinario e una persona molto astuta”, dove l’astuzia è letta come una forma di eroismo a sé stante, non inferiore alla lancia di Achille.
Il resto del cast sostiene un’argomentazione correlata da un’angolazione differente. Elliot Page, un metro e cinquantacinque di altezza e tutt’altro che un Achille di marmo, interpreta Sinone, cugino e commilitone di Ulisse, un casting che ci libera dai culturisti dell’età del bronzo, sebbene uno sguardo alle statue greche racconti un’altra storia di come si vedessero. Gli uomini sono di ogni forma, asserisce il casting senza proferire parola, e questo è piuttosto “inclusivo” e igienizzato per i nostri tempi. L’ensemble più ampio sostiene lo stesso punto su larga scala: un cast che assomiglia al pubblico che sta effettivamente acquistando il biglietto nel 2026. Nulla di tutto ciò è neutrale, e nulla di tutto ciò finge di esserlo. È una decisione commerciale riguardante un prodotto commerciale, presa per le persone che pagano per guardarlo questo luglio.
È interessante notare che, di fatto, questo non è un tradimento della tradizione rapsodica. È più vicino alla reale origine di quella tradizione di quanto possa sembrare. I rapsodi che eseguivano Omero alle Panatenee non erano custodi di un testo sacro; erano professionisti in competizione per dei premi, giudicati in base a quanto la loro performance commuovesse il particolare pubblico davanti a loro quel giorno. Il dialogo di Platone, lo Ione, è costruito interamente attorno a questo fatto: un rapsodo di nome Ione, che si vanta con Socrate di aver appena vinto il primo premio alle Panatenee. I Greci sapevano guardare chiaramente al proprio glorioso passato.
Omero, quindi, a quanto pare, non è sopravvissuto al passare del tempo stando fermo, sacro e al di sopra del mercato. È sopravvissuto perché i professionisti hanno continuato ad adattarlo, competitivamente, per un pubblico e spesso per denaro, da quando esistono pubblici a cui esibirlo. Una produzione IMAX da un quarto di miliardo di dollari che insegue un fine settimana di apertura globale è uno strano discendente di quella tradizione. Eppure, è, riconoscibilmente, quella tradizione.
Per quanto riguarda la portata: Nolan ha trascorso oltre vent’anni a voler portare Omero su pellicola con la massima scala hollywoodiana, da quando ha progettato una versione del Cavallo di Troia per un film del 2004 che non si è mai realizzato, che qui ha finalmente trovato la sua casa. Come ha detto a Time, era, fino ad ora, “uno strano vuoto nella storia del cinema”.
La posta in gioco è reale, se c’è bisogno di una prova che questa discussione sia ancora fondamentale per persone con un potere autentico. Reagendo al casting della Nyong’o nel ruolo di Elena, Elon Musk ha definito Nolan un “razzista anti-bianchi” che aveva “insultato gravemente il popolo greco”. Qualunque cosa si pensi dell’accusa, vale la pena notare chi la sta muovendo: uno degli uomini più ricchi del mondo, con un’abitudine ben documentata di utilizzare la propria piattaforma per plasmare la narrazione pubblica, si è sentito abbastanza coinvolto da chi interpreta una donna in un poema di tremila anni fa da dirlo pubblicamente, a un pubblico di centinaia di milioni di persone. Nessuno spreca quel tipo di portata per difendere un libro morto. L’Odissea, evidentemente, non è morta.
Non sappiamo ancora come il grande pubblico la accoglierà. Quella non sarà l’ultima parola: non lo è mai, con Omero. Ciò che conta per l’argomentazione di questo saggio è che Nolan ha fatto ciò che ha fatto Tennyson e ciò che ha fatto Joyce: ha risposto a Omero nel linguaggio del suo secolo.
***
V. Un’opera può parlare al mondo senza appartenere al mondo
C’è un’altra frase, sovente ripetuta oggi, che suona generosa ma è, di fatto, superficiale.
“L’Odissea non appartiene alla Grecia. Appartiene al mondo.”
No.
L’Odissea può parlare al mondo. Può ispirare il mondo. Può essere significativa per l’umanità. Ma non cessa di appartenere alla civiltà che l’ha generata.
Ogni civiltà ha donato all’umanità le proprie grandi opere. L’India possiede il Mahabharata e il Ramayana. La Persia ha lo Shahnameh. La Mesopotamia vanta Gilgamesh. Il mondo nordico ha le Edda. Le popolazioni indigene possiedono tradizioni orali che meritano rispetto. Non diremmo mai che tali opere abbiano cessato di appartenere ai popoli che le hanno create semplicemente perché sono ammirate altrove, né dovremmo dirlo di Omero. La traduzione non è possesso. L’universalità non è spossessamento.
Un’opera può divenire significativa per tutta l’umanità senza rinunciare alla sua dimora. Anzi, il contrario. La sua universalità dipende dal suo radicamento. Omero parla al mondo poiché parla da “qualche parte”. Il mare greco. La lingua greca. L’immaginazione greca. La comprensione greca dell’ospitalità, dell’onore, della memoria, del destino e del ritorno a casa.
Un albero non diviene universale recidendo le sue radici. Diventa universale offrendo i suoi frutti e condividendoli con il mondo.
Questa non è una pretesa contro la condivisione. È una rivendicazione contro l’oblio di chi abbia creato cosa. Quando le culture si fondono in un crogiolo indifferenziato e irriconoscibile, quando smettiamo di essere in grado di asserire che questo mito è greco, si perde qualcosa che non viene compensato dalla fusione. Le tradizioni vive sono salvaguardate mantenendo il loro legame con le comunità specifiche che le tramandano, non trattandole come materia prima a cui chiunque possa attingere senza attribuzione. Sapere cosa appartiene a chi è memoria. Una civiltà che non sa dire da dove provengano le sue storie ha già iniziato a dimenticare chi è.
VI. Leggere Omero con onestà
L’essere radicati è un’arma a doppio taglio.
Il mondo di Omero è il racconto fondante di una civiltà patriarcale emergente che viene edificata sulle braci ancora visibili del matriarcato. Il poema non lo occulta. Il suo momento più aspro è forse quello su cui i lettori moderni hanno discusso maggiormente: l’esecuzione, per mano di Telemaco, delle ancelle della casa, accusate di essersi accompagnate ai pretendenti di Penelope. Per generazioni, i traduttori inglesi hanno ammorbidito o reso più grossolana questa scena in direzioni divergenti, alcuni traducendo il termine greco usato per queste donne con insulti che l’originale non contiene. La traduzione di Emily Wilson del 2017 è divenuta un punto critico proprio perché ha scardinato quel disprezzo maschile verso i propri oggetti del desiderio e ha lasciato che la brutalità della scena si registrasse nei suoi termini, senza coperture editoriali di sorta. Gli studiosi discutono ancora su cosa questo comporti. Ciò su cui non discutono più è che i traduttori precedenti avevano reso il mondo di Omero più confortevole di quanto non sia.
Questo non è un motivo per modernizzare Omero o per riscrivere Penelope come una proto-femminista. Lei era una delle ultime matriarche. È invece una ragione per leggere Omero con onestà: per notare che la celebrazione della resistenza, dell’astuzia e del ritorno a casa contenuta nel poema risiede all’interno di un ordine sociale che oggi molti rifiuterebbero come atavico, e che entrambe le verità possono coesistere senza annullarsi a vicenda. Le civiltà non sono composte solo dai loro momenti migliori. Né, evidentemente, lo sono le loro scritture.
Che è, alla fine, la parola giusta per ciò che Omero è.
VII. Il vangelo dell’uomo
Ecco qualcosa che merita di essere detto chiaramente, poiché è facile trascurarlo ed è un aspetto che muta il modo in cui ritengo che i due poemi epici dovrebbero essere letti: la religione greca non possedeva un libro sacro.
Nessuna Torah, nessun Vangelo, nessun Corano. Nessun testo unico tramandato come rivelazione, vincolante per i credenti, chiuso alla revisione. Come ha affermato il classicista Walter Burkert in Greek Religion, il testo di riferimento sull’argomento, non vi era “alcuna rivelazione autorevole sotto forma di libro sacro”. I greci avevano sacerdoti, oracoli, festival, sacrifici — una vita religiosa enormemente ricca — ma nessuna scrittura che dettasse il dogma. Ciò che avevano erano i poeti. Erodoto lo afferma con naturalezza nel V secolo a.C.: furono “Omero ed Esiodo” i primi a comporre le Teogonie e a conferire agli dèi i loro epiteti. Non i sacerdoti. Non i profeti.
Ecco perché Omero poteva divenire, in pratica, quanto di più prossimo la civiltà greca avesse a un libro dei propri valori, senza mai essere trattato come una rivelazione divina. Quando Alessandro Magno marciò in Asia, portò con sé la copia dell’Iliade curata da Aristotele e, secondo il racconto di Plutarco, la teneva sotto il cuscino insieme al suo pugnale, apprezzandola come “un perfetto tesoro portatile di ogni virtù e conoscenza militare”. Non un libro di preghiere, né una reliquia. Un manuale operativo su come vivere, scritto in versi, da un uomo, sugli uomini.
È in questo senso che l’Odissea è un vangelo dell’uomo piuttosto che di Dio. Non perché neghi gli dèi (essi sono ovunque nel poema, a intromettersi costantemente ed eccitatamente negli affari degli umani) ma perché il suo vero soggetto, il suo oggetto di devozione, è la resistenza umana stessa: l’ingegno di un uomo, la sopravvivenza di una donna, la crescita di un figlio verso se stesso, soppesati e ammirati senza necessità di essere redenti da alcuno o da alcunché al di fuori di essi. Erich Auerbach ha espresso un concetto affine in Mimesis, lo studio fondante della critica letteraria occidentale: laddove il Dio della Bibbia parla dall’oscurità e chiede che le cose siano accettate per fede, il mondo di Omero è completamente illuminato, in primo piano, dall’inizio alla fine. Ogni cicatrice ha la sua storia, ogni pasto è descritto fino al gusto del vino. Non vi è nulla dietro il terribile e glorioso essere umano. L’essere umano è tutto, osservato in piena luce.
Ulisse è assistito dalla Sapienza Femminile, la dea Atena, ma non salvato né redento. Egli è semplicemente, ostinatamente, sé stesso, fino al ritorno alla propria dimora, e per una civiltà senza libro sacro, questo si è rivelato sufficiente per edificarvi sopra qualcosa.
VIII. Perché Omero non finisce mai
Perché, dunque, Omero continua a ispirarci?
Perché ogni vita umana finisce per divenire un’odissea.
Professionalmente o personalmente. Spiritualmente o politicamente.
A volte attraverso l’esilio. A volte attraverso il dolore. A volte attraverso l’amore. A volte semplicemente attraverso il duro fatto di invecchiare.
Tutti scopriamo, a un certo punto dell’esistenza, che la vita non è una strada dritta — e se la vostra lo è, probabilmente non avete ricevuto il monito omerico.
Molto spesso immaginiamo di navigare direttamente verso Itaca, e biasimiamo noi stessi o Dio per non esserci riusciti.
Invece di vele leggere e solatie, incontriamo tempeste, naufragi, falsi paradisi. Momenti in cui non ci riconosciamo più. E, tuttavia, continuiamo.
Konstantinos Kavafis vide questo più chiaramente di quasi chiunque altro dopo Omero stesso. La sua poesia “Itaca”, scritta ad Alessandria nel 1911, non mette in guardia il viaggiatore dai Lestrigoni, dai Ciclopi, o da un Poseidone adirato. Gli dice l’esatto contrario:
*Σα βγεις στον πηγαιμό για την Ιθάκη,*
*να εύχεσαι νάναι μακρύς ο δρόμος,*
*γεμάτος περιπέτειες, γεμάτος γνώσεις.*
Quando ti metterai in viaggio per Itaca,
augurati che la strada sia lunga,
piena di avventure, piena di scoperte.
Il viaggiatore di Kavafis giunge a comprendere che i mostri non erano mai realmente in attesa lungo la strada; vivono nell’anima che li va cercando. Itaca, dice la poesia, ti ha donato il viaggio stesso; senza di lei, non ti saresti mai messo per mare, e quando giungerai, più saggio e gravido di tutto ciò che hai raccolto lungo il cammino, comprenderai finalmente a cosa servano le Itache. Omero lo sapeva già: il punto non era mai semplicemente arrivare. Era divenire, per il momento dell’approdo, qualcuno capace di riconoscere la propria casa quando finalmente l’avesse vista.
Ecco perché Omero rimane rilevante: non perché ci narra cosa accadde a un re greco, ma perché conferisce forma a qualcosa di permanente nella condizione umana.
IX. Ogni epoca scrive la propria Odissea
Questo è il miracolo.
Omero non si è limitato a influenzare gli scrittori successivi; li ha resi possibili.
Tennyson scorse in Ulisse il dramma dell’aspirazione infinita, ed era disposto a piegare gli stessi fatti omerici per sostenere la sua tesi.
Joyce scoprì l’epica celata all’interno della vita ordinaria, e conferì l’ultima parola a una Molly Bloom il cui “Sì” fa eco alla Penelope di Omero attraverso tremila anni e un’ordinaria giornata dublinese.
Nolan si è ora rivolto al cinema, in un linguaggio moderno e su scala IMAX, per interrogarsi se la nostra epoca sia ancora in grado di riconoscere il mito.
Ogni epoca scrive la propria Odissea. Nessuna sostituisce Omero.
Ognuna entra in conversazione con lui.
Ecco cosa significa una civiltà viva. Non la conservazione sottovetro, né la reinvenzione fine a sé stessa, ma la conversazione attraverso i secoli.
L’Odissea è un’opera fondativa che rimane viva poiché è abbastanza forte da sopravvivere all’interpretazione, persino al maltrattamento.
Nessuno si batte per un libro morto.
Nessuno discute con passione di un’opera che ha smesso di contare.
Le dispute che circondano Omero non sono dunque segni del suo declino. Sono segni della sua straordinaria vitalità.
Torniamo a Omero non perché siamo nostalgici. Torniamo perché ci spiega ancora.
Nell’Odissea, ogni generazione scopre che anch’essa ha una Troia da lasciarsi alle spalle, un mare da attraversare, mostri da affrontare, compagni da smarrire, tentazioni a cui resistere, e un’Itaca che conferisce significato al viaggio.
Ecco perché Omero è sempre presente, non come reliquia del passato ma come una delle grandi conversazioni attraverso cui la civiltà continua a comprendere se stessa.
Quando ti metterai in viaggio per Itaca, augurati che la strada sia lunga.
[qui l’articolo originale]


