
Rune: uno spunto preliminare
17 Settembre 2026a cura dell’Istituto Carlo V
Due Ercoli formalmente simili che tuttavia costruiscono due immagini antitetiche: l’una come limite, l’altra come spazio di unione.
Due imponenti sculture a tutto tondo di Eracle, accompagnate dalle rispettive colonne doriche, ornano dal 2005 circa il porto e il centro storico di Ceuta. Si tratta di due opere colossali in bronzo, alte sette metri ciascuna, di grande forza dinamica, curate con estrema attenzione nei dettagli e realizzate dallo scultore locale Ginés Serrán. E, a prima vista, assai simili tra loro. Fin qui, tutto sembra corretto. In mezzo alla quantità di volgarità ed eccentricità che vengono talvolta proposte come patrimonio, non si può non accogliere con favore un’opera che, oltre a tutto, si richiama ai nostri miti e ai nostri simboli civilizzatori. E il sacro si comunica attraverso i simboli, come ha più volte ricordato Mircea Eliade. Non è dunque un caso che, nelle ultime settimane, entrambe le opere siano state impiegate con insistenza per difendere Ceuta e la sua sovranità. I monumenti non si limitano a decorare la città: selezionano il passato, costruiscono memoria e finiscono per orientare il modo in cui una comunità rappresenta sé stessa.
Esaminando più a fondo le due statue, si osserva anzitutto che, seguendo la denominazione adottata dagli stessi responsabili del municipio ceutí [1], una si intitola «Le colonne d’Ercole. Abila e Calpe» e l’altra «L’unione del mondo. Monumento alla pace universale» (si veda, a questo proposito, l’immagine allegata con entrambe le rappresentazioni). In tal modo, il mito della separazione tra Africa ed Europa operata da Ercole, con la collocazione dei confini del mondo in quel luogo, è stato trasformato — o, più precisamente, rielaborato — nella seconda opera. Così, mentre una delle sculture delimita i due mondi e li separa con nettezza, l’altra li unisce mediante il gesto simbolico dell’avvicinamento delle colonne, quasi in un abbraccio. Due Ercoli formalmente simili costruiscono, dunque, due immagini antitetiche: una come limite, l’altra come spazio di unione.
Si tratta, pertanto, di un innesto forzato, estraneo al mito, alla tradizione e alla realtà, passata e presente, che lo circonda — anzi, più esattamente, che lo invade. Come dichiarò all’epoca lo scultore ai media locali al momento dell’installazione, si tratterebbe di un nuovo simbolo di pace e di intesa fra i mondi, e così via [2]. Un’interpretazione pienamente in sintonia con il dialogo tra le civiltà promosso da Zapatero, allora al governo. Per questo è importante che non si faccia un uso arbitrario dell’una o dell’altra scultura per difendere il carattere spagnolo ed europeo della città autonoma, nonostante la buona volontà che spesso si cela dietro gli atti che le riproducono.
Ma vi è un ulteriore aspetto, più profondo, che merita di essere sottolineato. Mentre **«Le colonne d’Ercole. Abila e Calpe» è proprietà del municipio ceutí, che ne finanziò la realizzazione sotto un’amministrazione del Partito Popolare, l’altra resta di proprietà dello scultore: si tratta, dunque, di una scultura privata collocata in uno spazio pubblico. L’una e l’altra impreziosiscono il paesaggio ceutí da molti anni, radicandosi nell’immaginario collettivo. Occorre riconoscere che i discorsi che promuovono manifestazioni di questo genere finiscono per assopire le comunità che lottano per la propria sopravvivenza. Non si tratta di meri elementi ornamentali che arricchiscono il paesaggio. Ci si potrebbe allora chiedere perché il Partito Popolare abbia accettato tale opera all’epoca. In ogni caso, appare inevitabile rivendicare una sua nuova interpretazione, affinché possa diventare, per esempio, un simbolo dell’unione tra gli spagnoli della Penisola e quelli del Nord Africa, senza necessità di rimuoverla o modificarla. Basterebbe cambiare il titolo e la didascalia della targa, e inserire il tutto in un grande atto pubblico di riaffermazione della sovranità spagnola su Ceuta. Ma ciò non può ridursi a un semplice gesto simbolico marginale: dovrebbe invece rientrare in un’agenda culturale nazionale più ampia, capace di contrastare simili narrazioni, sempre con la bellezza come orizzonte. «Bisogna colonizzare il vuoto e popolarlo di figure dominanti e sacre», affermò il poeta Gabriel Celaya. In caso contrario, come si è argomentato qui, altri lo faranno al nostro posto.
Oggi più che mai, ciò di cui l’Europa ha bisogno sono sculture come gli Argonath, i Pilastri dei Re, le grandi statue di Isildur e Anárion, che delimitano e proteggono armati l’ingresso del fiume Anduin, nell’antico confine settentrionale del Gondor. Gli Argonath monumentalizzano la frontiera, la memoria, l’autorità, la vigilanza e l’appartenenza. L’Europa, come Gondor, ne ha bisogno.
AL – Istituto Carlo V per la Lunga Memoria Europea
[1] https://web.ceuta.es/patrimoniocultural/esculturas/controlador?cmd=listado-pag
[data di consultazione: 03-09-2026]
[2] https://elfarodeceuta.es/con-unos-presupuestos-muy-basicos-se-puede-hacer-de-ceuta-otra-florencia/ [data di consultazione: 03-09-2026]. Questo scultore ha realizzato inoltre, con denaro pubblico nella città, opere tanto interessanti quanto i busti di Omero, Platone, Aristotele, Strabone, Pomponio Mela o la statua di Enrico il Navigatore, rappresentazioni che fanno parte di un progetto scultoreo più ambizioso.


