
Omero non ha bisogno di lezioni. E dopo tremila anni ce ne dà ancora.
24 Luglio 2026di Francesco Perizzolo
La parola runa significa mistero, segreto, sussurro: questo significato spiega il proprio legame simbolico con la potenza del suono e della parola, sulla base di un legame trascendente con un tipo di conoscenza tramandato in segreto, sussurrandolo.
Da un punto di vista antropologico e linguistico, l’evoluzione della comunicazione umana mostra alcune costanti, pur con tutte le differenze storiche e geografiche del caso.
Le fasi pre e proto-linguistiche sono dominate dalla prosodia: la comunicazione avviene cioè attraverso l’uso di suoni (urla, grugniti, richiami) caratterizzati da accenti, ritmo, intonazioni diverse in funzione dell’emozione che si vuole comunicare. Sono soprattutto i gesti che accompagnano i suoni, sottoposti a variazioni sensibili di intensità, volume e durata, a permettere la trasmissione di un messaggio che non è ancora verbale ma riesce a produrre coordinazione fra individui, instaurazione di rapporti, segnalazione di pericoli e molto altro.
La nascita di un linguaggio passa invece attraverso la simbolizzazione convenzionale dei suoni. Suono e sequenze di suoni formano parole che esprimono concetti condivisi, e l’associazione di queste sequenze di suoni genera un lessico e una grammatica che permettono di esprimere complessità concepite e posizionate nel tempo. Si tratta quindi dello sviluppo di una capacità astrattiva e simbolica avanzata dal punto di vista cognitivo: cooperazione, conflitto, identità, finzione, racconto della realtà e dell’immaginazione, sono tutte scaturigini di questa complessità del ragionamento. Il racconto e la trasmissione del Mito, della cultura e delle idee sono a questo stadio possibili e, anzi, fondamentali.
Fin qui, la comunicazione è orale: la scrittura nasce invece molto più avanti, e intendiamo qui periodi di decine di migliaia di anni. Essa presuppone lo sviluppo di una dimensione utilitaristica, ma anche per contro un ulteriore incremento della capacità di astrazione, mentre gli aspetti mnemonici perdono gradualmente di importanza.
In generale, al linguaggio e all’oralità corrispondono facoltà cognitive e mentali innate, mentre la scrittura come sistema di notazione ha ruolo secondario, limitato dal suo stesso essere legato ad una tecnologia, e soprattutto fortemente condizionato culturalmente e convenzionalmente.
Fissati in estrema sintesi questi principi, come vi si inseriscono le rune?
La parola runa significa mistero, segreto, sussurro: il protogermanico *rūnō ha veicolato questi significati in tutte le lingue successive, ed è collegato al protoceltico *rūnā. Per entrambi, la radice è ignota o quanto meno dibattuta. Al di là di questa incertezza etimologica, che denota presumibilmente un’antichissima origine pre-indoeuropea, il significato della parola runa spiega di per sé il proprio legame simbolico con la potenza del suono e della parola, sulla base di un legame trascendente con un tipo di conoscenza tramandato in segreto, sussurrandolo.
Rispetto al quadro delineato sopra, le rune mostrano alcune differenze. Ad ogni grafema corrisponde non solo un fonema della lingua germanica antica, ma anche un nome (quasi sempre secondo il principio acrofonico secondo il quale il nome inizia col suono rappresentato dal grafema). Ciascuno di questi nomi, che sono giunti fino a noi grazie alle trascrizioni d’epoca medievale di almeno una parte dell’antichissimo patrimonio tramandato oralmente, esprime un campo semantico legato alla cosmologia.
Le evidenze archeologiche ci dicono che una gran parte delle iscrizioni runiche dal I sec. d.C. sono costituite da sequenze non lessicali: non solo rune singole, ma anche gruppi con ripetizioni non riconducibili ad espressioni linguistiche. Spiccano fra queste soprattutto gli alfabetari, ossia incisioni di tutta la serie di ventiquattro rune antiche. Questo caso è particolarmente interessante per due motivi, il primo dei quali è legato al campo semantico di ciascuna runa: tutte insieme, le ventiquattro rune costituiscono una descrizione di un intero ciclo cosmico dall’Origine. Il secondo motivo è ancora più affascinante, perché inciderle tutte e ventiquattro equivale alla massima invocazione del Sacro, e ciò presuppone una volontà di influire sulla trama del wyrd.
È ormai largamente accettato, anche perché le teorie alternative sono ideologizzate, poco verosimili e di scarsa logica, che l’origine delle rune germaniche (il così detto fuþark) risieda nei ben più antichi (all’incirca I millennio a.C.) alfabeti etruschi dell’Italia settentrionale, in particolare quelli retico e camuno, detti appunto proto-runici. In queste tradizioni alpine è già presente il medesimo uso degli alfabetari, ma non solo: intere formule rituali si tramandano quasi identiche nelle rune germaniche successive, in particolare quelle legate alla sequenza aluþ (ᚨᛚᚢᚦ) e alle sue varianti con le rune in ordine diverso. Dobbiamo in realtà anche notare una certa complessità, perché in questo caso si presentano con regolarità delle forme ricorrenti, che possiamo riassumere così:
sequenza specifica (semantica o meno) + simbolo solare (solitamente svastica) + aluþ (o variante)
Queste non sono parole ordinarie, ma vere e proprie formule magiche, invocative, augurali o protettive, che compaiono in contesti sacri o su oggetti rituali. La loro trasmissione suggerisce che i popoli germanici non abbiano semplicemente preso in prestito dei simboli, ma che condividessero un patrimonio sacro, simbolico e rituale scaturito dalla medesima origine.
L’etimologia della parola sacro rimanda a *sehk– (stipulare un patto, agire ritualmente per rendere qualcosa sacro infondendogli la trascendenza) e a *sehg-, che significa cercare, svelare. Alla luce dell’etimologia della parola runa, e soprattutto del racconto mitico di Óðinn che si sacrifica a sé stesso per ottenere la conoscenza delle rune, sembra chiaro che il Sacro sia da considerarsi come l’insieme dei principi costitutivi del cosmo che si manifestano, trasmettendosi attraverso le dimensioni dal metafisico al fisico e da macro a micro, unendole insieme grazie ad un patto che presuppone la continuità da un ciclo all’altro. Se la tradizione è l’Origine che ritorna sempre in forme diverse, ad ogni tempo devono corrispondere una scoperta, un racconto e una pratica di essa.
In qualsiasi tempo e luogo d’Europa una persona, trovandosi di fronte ad una runa, potrebbe avvertire come una scossa interiore, un ribollire del sangue e dello spirito, e di giorno in giorno questo moto interiore potrebbe diventare sempre più pervasivo, furioso anche. È qui inizia quel tipo di riconoscimento del simile, dell’origine comune, come nel caso della trasmissione dalle popolazioni nord-etrusche a quelle germaniche.
Può anche essere, al contrario, che non si ravvisi alcuna reazione: si può essere indifferenti alla carica metafisica delle rune, o addirittura ci si può trovare ad avversarle con forza, percependole come qualcosa di pericoloso e alieno – ma in quel caso ciò è solitamente sintomo di un’avversione più ampia, per l’Europa stessa – e lasciamo a chi ne fosse colpito il compito di analizzarne i motivi profondi, anche se forse ne trarrà dispiacere.


