
L’eredità di Omero
22 Luglio 2026di Carlomanno Adinolfi
Secondo l’attrice Lupita Nyong’o, interprete di Elena nella versione cinematografica targata Christopher Nolan, Omero non avrebbe lasciato spazio alla prospettiva femminile. Ma se leggessimo davvero i suoi poemi epici scopriremmo una profondità e una complessità nei caratteri e nei ruoli delle donne che ancora oggi potrebbero fare scuola tra scrittori e sceneggiatori.
«Quando leggi l’Odissea e l’Iliade vedi che pochissimo tempo viene dedicato alla prospettiva delle donne. È tutto raccontato da un punto di vista prettamente maschile»
Queste le parole dell’attrice Lupita Nyong’o, interprete di Elena di Troia e della sorella Clitemnestra nell’Odissea di Nolan, accolte per la verità con un imbarazzo e un fastidio piuttosto trasversali tranne che negli ambienti più estremisti. Queste parole sono il manifesto di due tipi di ignoranza tipici del nostro tempo: il primo è quello di voler giudicare le civiltà e i testi antichi attraverso i canoni morali contemporanei, cosa già di per sé assolutamente priva di senso ma che diventa ancora più fastidiosa quando viene fatta con presuntuosa saccenza; il secondo è quello di parlare di argomenti, di cui ci si vuole fare addirittura la lezione, senza averne la benché minima conoscenza.
Perché è chiaro che chi dice una frase del genere sui poemi omerici non può averli mai letti. Il che viene confermato dalle parole successive dell’attrice che ci spiega come la figura di Clitemnestra sia stata descritta da Omero, peccato che la moglie di Agamennone non appaia mai né nell’Iliade né nell’Odissea. L’intervista risulta ancor più fastidiosa nel momento in cui Lupita critica apertamente Omero sostenendo che se ce l’avesse di fronte gli farebbe addirittura la lezioncina sul punto di vista femminile, dicendo che il film di Nolan “ripara” una colpa dell’aedo ridando centralità alle figure femminili. Peccato che – o per fortuna, potremmo dire – la parte di Lupita nei panni di Elena nel kolossal nolaniano duri forse meno della sua intervista polemica, ma che soprattutto ci restituisca una Elena molto più piatta e meno sfaccettata di quella originale descritta dal cantore ellenico.
A ben vedere Omero ha ancora molte più lezioni da impartire di quante ne debba prendere e la profondità delle figure femminili delle sue opere è uno degli elementi per cui ancora oggi surclassa nettamente gran parte degli scrittori contemporanei.
L’Elena di Omero
La regina di Sparta e moglie di Menelao, la donna più bella del mondo per cui scoppiò la decennale guerra di Troia, appare nell’Odissea in due momenti distinti del libro IV, l’ultimo della cosiddetta Telemachia. Telemaco, partito in cerca di notizie del padre, raggiunge il re di Sparta che gli rivela la visione del dio marino Proteo secondo cui Ulisse sarebbe ancora vivo ma tenuto controvoglia nella lontana Ogigia. Qui il figlio del re di Itaca incontra anche la bellissima regina ed entrambi i sovrani narrano i loro ricordi migliori del padre del loro ospite. Ed ecco che notiamo subito una strana ambivalenza nel cuore di Elena. Nel suo racconto narra del coraggio e della scaltrezza di Ulisse, entrato a Troia sotto mentite spoglie per spiarne le difese, quindi racconta di come aveva giurato di non rivelare a nessuno la sua identità né il suo piano segreto, sperando in cuor suo che gli Achei avrebbero vinto per poter tornare a casa. Ma il racconto di Menelao ci rivela una Elena che, di fronte al cavallo, sospettando l’inganno, inizia ad imitare le voci di tutte le mogli dei capi greci per spingerli ad uscire. Il contro-inganno fallisce proprio per merito di Ulisse, capace di far mantenere a tutti i compagni la calma. Perché Elena avrebbe cercato di stanare i capi greci se in cuor suo sperava nella loro vittoria? Per Menelao era stata “spinta da un dio” – daimon nel testo greco – che parteggiava per i Troiani. Questa ambivalenza nel comportamento di Elena e il fatto di essere costantemente “spinta dagli dei” è un tema ricorrente nel personaggio. La rivediamo nel secondo momento in cui appare nel libro IV: dopo aver donato un peplo a Telemaco per la futura moglie con l’augurio di trovare felicità nel matrimonio e nella famiglia – lo fa quasi in lacrime, come a sperare che altri possano essere felici dove lei non è potuta esserlo – Elena di fronte a un presagio dona la sua interpretazione oracolare, ovvero l’imminente ritorno di Ulisse a Itaca, ma lo fa come se non fosse realmente in sé, quanto piuttosto un corpo posseduto appunto da un daimon.
Il contrasto interiore di Elena e il fatto che tutto in lei sia stato causato dagli Dei, ci arriva fin dall’Iliade. In essa la vediamo almeno due volte maledirsi, definendosi “cagna” (in greco kynopis, letteralmente “sguardo da cagna”), per essersi fatta travolgere dalla passione causata in lei dalla dea Afrodite. Entrambe le volte si dispera per le morti e le tragedie causate dalla sua scelta di abbandonare Menelao per seguire il troiano Paride, la prima volta davanti al re Priamo (libro III), la seconda davanti al prode Ettore (libro VI). In entrambi i casi, i nobili troiani la consolano, rifiutandosi di vedere colpa in lei quanto piuttosto negli Dei che l’hanno spinta.
Il primo dei due episodi poi è uno di quelli più emblematici nel mostrarci lo strazio interiore di Elena, il cui cuore è letteralmente strappato in due. Invitata dal re Priamo sulle mura della città affinché gli mostri chi sono i capi greci che lo stanno assediando, Elena sembra provare una profonda nostalgia per il marito e per la patria che ha abbandonato. Fatto che esplode in tutta la sua intensità poco dopo, quando vede Paride coricato nel letto dopo essersi ritirato dalla battaglia. Vedendolo tranquillo e rilassato mentre fuori i suoi fratelli e i suoi compagni combattono, Elena si maledice per aver ceduto alla passione di Afrodite ed essere andata con un vile. E rinfaccia al principe troiano il fatto di essersi vantato di essere più valoroso di Menelao per conquistarla. Ancora una volta Elena straziata rimpiange le sue scelte e la sua debolezza di fronte alle forze mosse in lei dagli Dei e sente nostalgia di casa. Eppure Elena, pur disprezzando oramai Paride, prova un profondo affetto e una profonda stima per i Troiani che l’hanno accolta. In primis per Priamo, che la tratta come una figlia, ma soprattutto per il prode Ettore, che sempre l’aveva difesa dagli altri troiani che la incolpavano per la guerra. Il suo pianto disperato durante il lamento funebre per il principe, alla fine del libro XXIV, è quanto di più sincero e toccante.
“Ettore fra tutti i cognati il più caro al mio cuore
mai ho udito da te mala parola o disprezzo
anzi se qualche altro mi rimbrottava in casa
tu con parole calmandoli li trattenevi
con la dolcezza tua, con le tue dolci parole”
E ancora una volta, ricordando Paride che l’ha portata a Troia, urla “ah, se io fossi morta prima”.
È facile immaginare che proprio la morte di Ettore, l’eroe per cui aveva più stima che venuto meno fa sì che “nell’ampia Troia più nessun altro verso di me / è buono, è amico: tutti m’hanno in orrore” , spinga definitivamente Elena a sperare nella vittoria achea, come da lei raccontato a Telemaco. Eppure, come racconta Menelao, si fa possedere da un daimon seducente e ingannatore che parteggia per i Troiani. Difficile non pensare proprio ad Afrodite che l’ha portata tra le braccia di Paride scatenando la guerra. La figura altamente complessa di Elena ci racconta dunque di una donna straziata nel cuore, travolta dalla passione e incapace di sostenere la forza divina che scatena gli impeti nell’animo umano. Questa incapacità la porta ad essere letteralmente travolta fino a diventare una pedina nelle mani delle divinità, ma soprattutto fin quasi alla pazzia. Per poter placare il cuore e le sue emozioni, infatti, la vediamo sciogliere di nascosto nel vino un pharmakon, una medicina o più probabilmente una droga, “che l’ira e il dolore calmava, oblio di tutte le pene”. Una storia e una complessità di sfaccettature, insomma, che fanno impallidire la gran parte dei personaggi femminili di oggi.
L’esempio contrapposto: Penelope
Ma protagonista femminile assoluta dell’Odissea è senz’altro Penelope, regina di Itaca che da vent’anni regna sull’isola in assenza del re. Personaggio molto lontano dal cliché della “donna del focolare che aspetta il marito”, Penelope sembra rappresentare l’altro lato della bilancia rispetto alla regina Elena. Molte cose accomunano senz’altro le due regine. Sicuramente l’amore per l’eroismo e il disprezzo della viltà. Come Elena si vergogna di Paride e rimpiange Menelao o stima Ettore, Penelope è devastata dall’idea di dover sposare qualcuno che, in confronto a Ulisse, risulti meno eroico, virile e guerriero. In confronto al marito creduto morto chiunque è da considerarsi un vile e Penelope non può accettare di andare in sposa ad un uomo simile. Per questo lancia la sfida dell’arco: solo chi potrà tenderlo come faceva Ulisse, o almeno chi si avvicinerà il più possibile, potrà essere degno di essere suo marito.
L’altra cosa in comune con la regina di Sparta è il cuore straziato. Vediamo tante volte Penelope piangere a dirotto sul letto pensando al marito assente da venti anni, ma anche ai pericoli che corre il figlio Telemaco, preso di mira dai pretendenti. Eppure il suo pianto, spesso anche più straziante e violento di quelli di Elena nell’Iliade, è sempre relegato nell’intimità della camera da letto. Quando deve presentarsi nella figura di regina e parlare ai pretendenti per tenerli a bada, vediamo qualcosa che in Elena manca del tutto, se non quando prende le droghe: la compostezza e il dominio delle emozioni. Penelope appare sempre austera e regale, carismatica, capace di far calare il silenzio con la sua sola presenza durante i gozzovigli maleducati degli arroganti che occupano il suo palazzo da tre anni, sperando di costringerla a sposare uno di loro. L’unica con cui la vediamo “eccedere”, tolte ovviamente le ancelle, le schiave e soprattutto la vecchia Euriclea, che almeno in un passo la rimprovera affinché non si faccia vedere con il viso rigato dalle lacrime e i capelli sconvolti (libro XXIII), è il figlio Telemaco. Anche lui una volta la rimprovera affinché si renda presentabile dopo il pianto (libro XVIII), ma il cardine del rapporto tra i due è quello di una preoccupazione materna che la porta a una protezione quasi opprimente, tipica anche oggi nelle madri della cultura mediterranea, che va a scontrarsi con la volontà del figlio di emanciparsi dalla madre per passare dalla fanciullezza alla virilità. Questa iperprotettività che sfocia quasi nell’ostacolo alla virilità non è nuova nelle donne omeriche. Pensiamo ad Andromaca, quando va incontro al marito Ettore col figlioletto Astianatte nel libro VI dell’Iliade. La principessa, turbata anche dal fatto di aver perso tutti i parenti – madre, padre e fratelli – proprio per colpa di Achille è terrorizzata dal fatto di poter rimanere vedova e di dover crescere un figlio senza padre. Tanto dall’arrivare a chiedere al principe troiano di smettere di combattere. Ovviamente Ettore rifiuta adducendo due motivi: non reggerebbe alla vergogna di fronte a chi combatte mentre lui si tira indietro, ma soprattutto, il suo cuore guerriero non gli permetterebbe un comportamento vile. Ma d’altronde, come Elena e Penelope insegnano, nessuna nobile donna greca o troiana amerebbe un guerriero che scappa per paura. Neanche Andromaca. Anche qui siamo di fronte a un dramma emotivo complesso che ci mette di fronte ad una profonda umanità: la donna che ama il marito proprio perché valoroso, ma che teme di perderlo in guerra tanto dal desiderare che non combatta, ben sapendo che se non combattesse non potrebbe più amarlo.
Ma tornando a Penelope e alla sua “contrapposizione” con Elena, il dominio sulle emozioni passa anche dal saper affrontare la potenza numinosa senza farsi travolgere da essa come accaduto alla regina di Sparta. Penelope piange ogni notte il marito perduto, forse morto. Ogni notte prega gli dei affinché lo riportino a casa, facendosi quasi consumare da questa speranza che la porta a interrogare ogni viaggiatore o mendicante che passa per il palazzo, chiedendogli notizie del re. Eppure quando vede Ulisse davanti a sé resta inizialmente distaccata, prudente, quasi diffidente, tanto da far dispiacere sia il marito che il figlio. Qui una vasta vulgata ci racconta di una Penelope sconvolta dalla brutalità assassina del marito che fa sì che lei non lo riconosca più, ma nel testo omerico non c’è nulla di tutto ciò. Anzi, quando Euriclea sveglia Penelope gridando di gioia nell’annunciare il ritorno del marito, si dispiace perché la regina non abbia potuto godere dello spettacolo di Ulisse “sporco di sangue e fango come un leone”. È un’immagine di forza e brutalità guerriera che, evidentemente, nel mondo omerico era molto apprezzata dalle donne.
In realtà Penelope è cauta nel riconoscere il marito per un motivo ben preciso. Poiché è travolta dalle emozioni ha paura di non saper riconoscere il sogno dalla realtà. Dice poi di avere paura di un inganno degli dei e pensa proprio ad Elena che, travolta dalla bramosia e dalla lussuria instillatele da Afrodite, non ha saputo controllarsi causando la tragedia della guerra decennale e la caduta di Troia. E qui vediamo un elemento importantissimo della cultura omerica che riguarda il rapporto con le divinità. Sono loro “la causa di tutto”, è vero, ma sta agli uomini saper tener loro testa, non in senso di sfida altezzosa, ma proprio di tener salda la volontà e la forza interiore per non essere travolti passivamente dalla potenza numinosa e, al contrario, poter partecipare della loro presenza. Elena si fa travolgere dalla passione voluta da Afrodite e questo causa disgrazie che la porteranno a perdere quasi il senno maledicendo se stessa. Penelope pur essendo in preda a un mare di emozioni resta ferma e calma per non farsi travolgere, proprio come il marito non si è fatto travolgere dalle onde.
E questo è dimostrato da un passo molto significativo: Penelope per essere sicura dell’identità del marito lo mette alla prova, chiedendogli qualcosa che solo lui conosce. È la struttura del letto matrimoniale intagliato su un grande ulivo ben radicato al centro del palazzo reale. Un’immagine simbolica che indica centralità, radicamento, saldezza attorno a cui si costruisce ogni nucleo: una famiglia, un clan, un popolo, una civiltà. Solo riconoscendosi in questo l’unione può tornare ad essere tale. Ma Omero ci dice che Peneolope nelle parole di Ulisse riconosce i chiari “semata“. Sema è una parola greca che viene tradotta con “segno” ma che specificatamente indica un segno che va interpretato. Una parola, un indizio ma anche un segno divino, un presagio, un oracolo. Penelope sa riconoscere i segni e proprio per questo può “aver a che fare” con gli dei senza esserne travolta. Proprio come il re Odisseo a cui si riunisce. E lo fa, a differenza di Elena, rimanendo presente a se stessa.
La regalità femminile nell’Odissea
Ma Penelope ci racconta anche qualcosa di molto più importante della società omerica.
Penelope regna da sola, da vent’anni, con un marito re lontano in guerra e ora disperso, ritenuto morto da molti. Mantiene il potere a Itaca come donna sovrana e solo alla fine dei vent’anni – Omero ci dice che i pretendenti sono a Itaca da circa tre anni – arrivano i Proci a pretendere che sposi uno di loro. Ma attenzione, i pretendenti si presentano e gozzovigliano a loro piacimento sfruttando l’assenza di un re, ma nessuno osa mai usurpare il trono approfittandosi del fatto che su di esso sieda solamente una donna. Fanno pressioni, usano la prepotenza forti del loro potere in uno stato che è in difficoltà, ma nessuno di loro osa mai mettere in discussione l’autorità di Penelope. Sanno che solo uno di loro può diventare re ma sanno anche che non possono spingersi oltre nella loro tracotanza perché è Penelope che deve scegliere. Pertanto non è Penelope ad essere “soltanto la moglie di” ma è anzi la figura del pretendente che può regnare solo in quanto “marito di Penelope”. Penelope, dunque, non è la fragile donna che può essere messa da parte con arroganza maschile quanto piuttosto la conditio sine qua non per poter assurgere alla regalità.
Ma questa centralità nella regalità femminile la vediamo anche in un’altra figura dell’Odissea. Parliamo di Arete, moglie di Alcinoo re dei Feaci e madre di Nausicaa (altra figura complessa che ci racconta del passaggio da fanciulla a donna, dall’innocenza alla consapevolezza). Quando Ulisse si dirige al palazzo reale, una giovane dietro cui si nasconde in realtà la dea Atena lo invita a chiedere rifugio dal re ma lo consiglia di andare prima dalla regina e di ingraziarsela con parole gentili e cortesia, perché sì Alcinoo è il “primus” del consiglio dei dodici re dell’isola, ma di fatto poi è la regina con il suo carisma a influenzare molte delle decisioni, non solo del marito ma anche degli altri sovrani.
Questo è un fattore che ci dice molto della società patriarcale fondata sulla virilità guerriera che però non poteva mettere in secondo piano la femminilità, proprio per poter equilibrare la civiltà in un cosmos ordinato. Non è un caso che la più grande civiltà dell’occidente europeo sorta dalla culla omerica si sarebbe fondata nel segno di Marte e Venere. Né è un caso che l’Europa avrebbe preso coscienza di sé in un’altra epopea guerriera, quella cavalleresca, fondata sull’Amor Cortese.
Insomma l’Omero “sessista” che non lascia spazio alla prospettiva femminile ci ha donato una visione di civiltà ma anche un affresco di umanità, psiche ed emozioni che ancora oggi, dopo tremila anni, potrebbe darci molte più lezioni di quelle che potrebbe prendere da qualunque contemporaneo.


