
Il nostro Omero è anche il vostro
16 Luglio 2026
Omero non ha bisogno di lezioni. E dopo tremila anni ce ne dà ancora.
24 Luglio 2026di François Bousquet
Da quasi 3.000 anni sfida il tempo, impertrubabile, e ricorda all’Europa il suo battesimo originario, nella piana di Troia, in Asia Minore, là dove Greci e Troiani si affrontarono per gli occhi della bella Elena, sono lo sguardo degli dei capricciosi – umani, troppo umani. È sorprendentemente dalle soglie dell’Oriente che Omero ha scritto la prima epopea dell’Occidente. La nostra chanson de geste. Se dunque l’Europa comincia con la Grecia, allora la Grecia comincia con Omero.
Omero è più di un nome. Gli Antichi pensavano che contenesse tutto, era « il principio, il mezzo e la fine ». È la fondazione della casa e per molti versi perfino l’arredo della casa. Ci consegna una concezione dell’onore, del coraggio, della compassione, dell’amore, della patria, del focolare. Il tutto in ventiquattro canti, tanto per l’Iliade quanto per l’Odissea, 24 canti che si richiudono su se stessi come le ventiquattro lettere dell’alfabeto greco, come le ventiquattro ore del giorno. Omero è un mondo a sé, una totalità cosmica. Un cerchio – la figura perfetta – al pari dello scudo di Achille, forgiato dalle mani stesse del dio fabbro Efesto (Vulcano presso i Romani).
Tornare a Omero significa dunque risalire il grande fiume dell’Occidente fino alla sua sorgente. Significa interrogare una tradizione tre volte millenaria, che nulla, né il susseguirsi delle generazioni, né l’usura del tempo, è bastato a esaurire.
« Ogni popolo porta con sé una tradizione, un regno interiore, un mormorio dei tempi antichi e del futuro. La tradizione è ciò che persevera e attraversa il tempo, ciò che resta immutabile e che sempre può rinascere malgrado i contorni mutevoli, i segni di riflusso e di declino ». Non vi rivelo nulla di nuovo dicendovi che questa citazione è tratta da Storia e tradizione degli Europei: 30.000 anni di identità di Dominique Venner, il più omerico dei suoi libri, insieme al suo Samurai d’Occidente: Il breviario dei ribelli. Dominique Venner ci accompagnerà, in filigrana, lungo tutta la nostra rilettura di Omero.
Alle radici della civiltà europea
Questa tradizione, di cui parlava la citazione di Dominique Venner, la nostra dunque, attinge anzitutto all’eredità greco-romana. Atene, Roma, e non soltanto Gerusalemme, che non escludo, tutt’altro, anche se so che c’è dibattito e che vi sarebbe stato dibattito con Dominique Venner. Ma non è questo il mio proposito. Il problema, oggi, è che non ci si assume più questa eredità, la si distrugge-decostruisce, la si tiene a distanza, almeno ufficialmente, nei circoli dirigenti, nei media, nei manuali scolastici, e peggio ancora: all’università. Pensate a persone come l’ineffabile Jean-Paul Demoule, la cui ultima malefatta è dedicata a deeuropeizzare gli Indoeuropei, o l’impagabile Marcel Detienne, « autore » di L’identità nazionale, un enigma.
Se n’è avuto un assaggio durante la polemica sulle radici dell’Europa all’inizio degli anni 2000, con la Convenzione sul futuro dell’Europa presieduta da VGE e sfociata nel secondo trattato di Roma (2004), redatto nella neolingua cara a Bruxelles e respinto per referendum, come sapete. Ci si concentrò allora molto sull’eredità cristiana, con il riferimento o meno ai valori cristiani, che alla fine fu accantonato, sotto l’inimitabile pressione di Jacques Chirac, che mancò ancora una volta l’occasione di tacere.
Ma non si sono soltanto messe da parte le radici cristiane: con lo stesso gesto si è respinta l’eredità greca e l’eredità latina.
Un promemoria: nella sua prima versione, il preambolo della Costituzione prevedeva come epigrafe la celebre frase di Tucidide tratta dalla sua Storia della guerra del Peloponneso – è il passo che tratta dell’orazione funebre di Pericle: “La nostra costituzione si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di una minoranza, ma dei più”. Non era già esattamente il testo di Tucidide, che non parla di « costituzione », ma poco importa. Era già troppo. Fuori i Greci. Con il pretesto che erano orribili schiavisti, sessisti infami e temibili colonialisti, secondo le scorciatoie e gli anacronismi che tanto piacciono.
Piuttosto che menzionare, poiché si trattava soltanto di menzionare, che l’Europa procedeva dalle « civiltà ellenica e romana », si è infine conservato nella versione definitiva soltanto le « eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa ». È neutro, non impegna a nulla e lascia la porta socchiusa ai Turchi. Tanto vale dire che siamo Eredi senza passato, come ha detto Françoise Bonardel nel suo « saggio sulla crisi dell’identità culturale europea ». Ma se siamo riuniti stamattina, è proprio per correggere questo, per essere eredi con un passato – e un ricco passato –, per riannodare lo « slancio greco ». Ciò a cui ci esortava la grande ellenista Jacqueline de Romilly. Ritrovare lo « slancio greco », l’impeto greco.
«Il mondo nasce, Omero canta»
Poiché bisogna pur assegnare un principio a questo slancio, ci occorre risalire all’VIIIe secolo avanti la nostra era, nell’arcipelago greco e nella sua fascia asiatica, là dove Omero vide la luce, o l’avrebbe vista, ma ci torneremo; e con lui, « il miracolo greco », che egli inaugura: 4 secoli di straordinaria fecondità intellettuale, che si estendono schematicamente da Omero ad Aristotele. « Il mondo nasce, Omero canta. È l’uccello di questa aurora », dice di lui Victor Hugo nel suo William Shakespeare.
Ma chi si cela dunque dietro questo strano uccello? Che cosa si sa di lui?
È un aedo, ossia un poeta e un cantore, nel senso quasi letterale del termine, poiché vi era un accompagnamento musicale alla lira o alla cetra che guidava la recitazione. Gli Antichi lo hanno agghindato di una barba centenaria e di una cecità leggendaria, ma in verità non si sa gran che della sua identità. È mai esistito? È la celebre « questione omerica », che ha dato luogo a una quantità di dotte controversie. In sostanza, due scuole si fronteggiano: gli unitaristi, che ritengono Omero l’unico autore dell’Iliade e dell’Odissea; e gli altri, che immaginano tutti gli scenari possibili. I primi hanno elevato il poeta al rango di divinità, i secondi sono giunti a contestarne l’esistenza, vedendo in lui soltanto un prestanome o un compilatore di genio. Nessuno riuscirà a dirimere la questione. Per quanto mi riguarda, la mia opinione è fatta. Mi attengo ai greci e alla convinzione che i racconti leggendari si basino molto di più sulla realtà che si vuole comunemente credere: i greci credevano nell’esistenza di Omero, anch’io.
Omero, o ciò che ne fa le veci, sarebbe nato in Asia Minore (lo dicono i linguisti: a partire dalla lingua omerica, che mescola dialetti ionico ed eolico, oltre a forme arcaiche e classiche), probabilmente verso la metà dell’VIIIe secolo (ma le date possibili della sua nascita si scaglionano dal X-IX secolo al VIIe secolo). Ciò che non ammette alcun dubbio è che l’Iliade e l’Odissea furono messe per iscritto nel VIe secolo, forse prima, ma non se ne conserva alcuna prova.
L’Iliade anzitutto! Perché un tale nome? Il poema trae il suo nome dalla città di Troia, chiamata anche Ilio, città fortificata all’ingresso dello stretto dei Dardanelli, sul versante asiatico dello stretto. La città è assediata da una coalizione greca comandata da Agamennone, assistito dal fratello Menelao, anch’egli re di Sparta. Ciò che ha scatenato le ostilità è il rapimento, da parte di un principe troiano, Paride, di Elena, la sposa di Menelao, sullo sfondo di un’inestricabile contesa tra gli dèi, o piuttosto tra le dee. In tutto, il poema conta circa 16.000 versi. I versi sono in esametro dattilico (alternanza di sillabe lunghe e brevi). Ma la guerra di Troia, che durerà dieci anni, occupa soltanto un minuscolo spazio-tempo dell’Iliade: 51 giornate, tutte nel decimo e ultimo anno della guerra, ma quanto mai importanti poiché si tratta dell’epilogo.mero che recita i suoi poemi ai Greci. (1794)
L’ira di Achille…
L’Iliade mette dunque di fronte due eserciti e, attraverso essi, due protagonisti principali – ve ne sono altri, ma questi sono i due personaggi predominanti, uno per ciascun campo: Achille il Greco ed Ettore il Troiano.
Achille è figlio di un re e di una dea, la ninfa Teti.
È per noi l’archetipo dell’eroe, del modello eroico. Conosce il prezzo da pagare per un’anima ben nata: la « bella morte », e non vi si sottrarrà. Tale è l’ideale eroico dei Greci. È morendo in combattimento che gli eroi diventano simili agli dèi. Achille compie dunque la scelta di una vita breve in cambio di « una gloria immortale ». Poiché sa che non tornerà dalla guerra di Troia, che pure non è la sua – potendo scegliere, preferirebbe restare dalla sua gente. Ma la morte del suo amico Patroclo, l’amico tra gli amici di Achille, « un altro me stesso », dice, lo rigetterà nella mischia. Come scrive Dominique Venner, egli incarna l’eroismo tragico di fronte al destino, il virile consenso alla morte gloriosa, il ménos – ossia, « il valore degli eroi è condizionato dal loro ménos, la loro energia vitale, il loro ardore, il loro fegato, la loro forza, il loro cuore nel senso di “Rodrigo, hai cuore?” ». E Achille non ne è privo.
Ma Achille non è un personaggio unidimensionale. È la sua ira ad aprire il poema: “Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei”. Perché quest’ira? Achille è costretto a cedere al re Agamennone il suo bottino di guerra, che si dà il caso sia una donna (episodio della peste). Giura allora di non tornare in battaglia e giunge perfino a pregare che i Troiani abbiano la meglio. In un primo tempo, la sua preghiera è esaudita dagli dèi. Occorre soffermarsi su questo punto, perché ve lo ricordo: si tratta di Achille, l’eroe greco per eccellenza, colui che conviene imitare e che, in questo caso, in un gesto di stizza, giunge ad augurare la sconfitta dei suoi. Ebbene, è questo il personaggio che Omero ci presenta dapprima sotto una cattiva luce: irascibile, accecato dalla collera, ebbro di vendetta e la cui crudeltà scandalizzerà perfino gli dèi. Perché Achille non si accontenterà di togliere la vita a Ettore: ne profanerà anche la spoglia, trascinandola dietro il suo carro sotto le mura di Troia. Non è certo questa l’ultima parola della storia: Achille darà ascolto alla pietà troiana e restituirà il corpo di Ettore.
Lo vedete: se c’è una cosa da tenere a mente leggendo l’Iliade, se essa ci commuove tanto, se ha così attraversato le epoche, è perché Omero non ha scritto un’opera di esclusiva glorificazione dei Greci. Tutt’altro. Fatto notevole: non prova il bisogno di criminalizzare i vinti, né i vinti né gli avversari. Lontano da ogni propaganda, ci lascia al contrario in eredità un modello inimitabile di compassione e di nobiltà, in cui il vincitore lascia la sua parte al vinto, che non gli cede in nulla quanto a umanità. Non è la carità a guidarlo, ma la philia, nel senso di benevolenza ed equanimità verso tutti i belligeranti. Così facendo, Omero libera fin da subito la Grecia dagli angusti manicheismi, dagli assi del male, dai piccoli e grandi Satana, dalle guerre sante, poco importa se giuste, preventive o che so io.
Achille o Ettore?
Omero spinge perfino l’audacia fino ad accordare le sue simpatie a Ettore, vale a dire al nemico, un Troiano di sangue reale, poiché è figlio del re di Troia, Priamo: non è il più grande dei guerrieri (quello è Achille), non il più intelligente (quello è Ulisse), ma senza dubbio il più toccante: buon figlio, buon marito, buon padre, comandante valoroso. « È bello morire per la patria », proclama. Jacqueline de Romilly lo ha magnificamente ritratto nel suo libro omonimo, Ettore. Una simile visione dell’avversario, sottolinea, non ha equivalenti in alcuna tradizione epica.
Si dirà (e a ragione) che Greci e Troiani non sono trattati allo stesso modo. L’arte della guerra – come del resto l’arte della politica – è superiore presso i primi, non foss’altro che per gli inizi della rivoluzione oplitica (la falange greca che avanza in ordine compatto): « La lancia fa da baluardo alla lancia, lo scudo allo scudo ».
È vero senza dubbio, ma come non vedere che i personaggi omerici non sono monolitici. L’autore moltiplica i punti di vista. Achille è di volta in volta accecato dall’ira e magnanimo. Il poema, che si apre con la sua ira, si chiude con la dolcezza. « mitezza è il partito migliore », dice Ulisse. E in verità, Achille diventa definitivamente grande soltanto quando il suo sdegno si placa. A contrario, Ettore, buon padre e buon marito nella « scena degli addii », esorta il figlio a vendicare i suoi. È perfino preso da un moto di panico, prima di riprendersi. Nessun eroe qui è perfetto, infallibile, nemmeno Achille, lo si è visto. Ciò nondimeno: se Omero non risparmia Achille, è per esaltarne il valore e la grandezza.
Perché? Perché in Achille si concentra la paideia greca, l’« educazione », nel senso di elevazione. Si trattava di formare uomini il cui onore avrebbe costituito la virtù centrale. La paideia mirava all’eccellenza, sul campo di battaglia o nella vita della città. Si rivolgeva agli aristoi, i migliori. Ciò che Dominique Venner ha evocato nel suo testamento, Un samurai d’Occidente: Omero, scrive, « ha lasciato in eredità allo stato di condensato ciò che la Grecia antica ha poi offerto ai posteri: il rispetto della natura sacra, l’eccellenza come ideale di vita, la bellezza come orizzonte ». Posta così la questione, si comprende meglio perché l’Iliade e l’Odissea costituivano il dispositivo centrale dell’educazione greca. Esse dicono il giorno e la notte, la vita e la morte, la guerra inevitabile e la pace necessaria, l’ira funesta e il dolce focolare, la condizione politica e la condizione umana.
Della guerra e della pace
L’Iliade è senza dubbio il poema della guerra, dell’impresa guerriera. Ma nonostante ciò, l’esistenza più invidiabile – Omero dice « la più bella » – non è la guerra, bensì quella che si conduce accanto ai propri cari. Per far risaltare che il bene supremo resta la felicità, egli non nasconde nulla della guerra. «Scorreva il sangue e la terra ne era inzuppata». Ma se le guerre sono calamità, non per questo sono meno necessarie. Sono esse a condizionare la vita o la morte della città, la libertà o la schiavitù degli uomini. Si può non amare la guerra, ma non vi si sfugge. Come dice lo storico britannico specialista dei conflitti, John Keegan «La guerra è il mezzo con cui ogni società formata si protegge, in ultima istanza.». Omero non la pensa diversamente.
In quel mondo, la cosa che più conta, lo si è detto, è l’onore, la timè, ciò che dà valore a una cosa, il suo prezzo. E all’inverso, la peggiore delle decadenze è il disonore, l’esporsi alla vergogna pubblica, perdere la faccia. È un’etica dell’onore, e non la santità, il proprio delle aristocrazie di spada e delle civiltà agonistiche – da agon, che lotta. Nulla di sorprendente dunque se i personaggi omerici hanno uno status sociale elevato: sono re, principi, alcuni di ascendenza semidivina (Agamennone, Achille). Altro tratto delle aristocrazie guerriere: sono molto attaccate alle loro libertà. Achille non teme di ergersi contro il capo della coalizione greca, Agamennone, e lo insulta copiosamente, dandogli dell’« otre di vino, occhio di cane e cuore di cervo! ». Che libertà di tono, non solo in Achille, ma anche in Omero.
Mi sono dilungato un po’ sull’Iliade. Sarò più breve sull’Odissea. Il poema trae il suo nome dal patronimico greco di Ulisse, Odysseus. Narra le peripezie del ritorno di Ulisse, da Troia fino al suo regno di Itaca. Interminabile ritorno, che durerà dieci anni. Aggiungete a ciò i dieci anni della guerra di Troia e comprenderete perché Penelope si struggeva per il suo sposo. Alla fine, Ulisse ritorna a Itaca travestito da vagabondo. È riconosciuto dal suo vecchio cane Argo, che ne muore di commozione. Là, si vendicherà dei pretendenti che cercavano di sposare Penelope. Egli stesso, del resto, non ha perso tempo durante i suoi dieci anni di peregrinazioni, passate tra le braccia delle donne: un anno con Circe, maga, sette anni tra le braccia della ninfa Calipso, che vuole offrirgli l’immortalità. L’Odissea conta 12.000 versi. Se l’Iliade è epica, l’Odissea è più romanzesca, molto più fiabesca. E Ulisse è il più umano dei personaggi di Omero: raffigura l’umanità alle prese con tutto ciò che non è umano, gli dèi naturalmente, ma anche le sirene, le ninfe, i giganti, i mostri marini come Cariddi e Scilla.
Si pone ora la questione del posto che Omero ha occupato in Grecia.
Socrate lo chiamò « l’educatore della Grecia ». Ma Omero è stato in verità più di questo: l’ispiratore, il padre fondatore, che ha suscitato, destato, ciò che si potrebbe chiamare uno spirito nazionale, una coscienza di sé greca, o più comunemente un’identità. Ciò vale in modo particolare per l’Iliade. Non è esagerato dire che è il poema fondatore dell’identità greca, il quale pone fin da subito, a monte della storia greca, la possibilità per i Greci di trascendere le differenze da città a città.
Omero, padre fondatore del mondo greco
Lo sapete, il mondo greco è una pluralità di città-Stato, di città-madri, con colonie e miriadi di filiali che si sono disseminate tutt’intorno al bacino mediterraneo, in uno spazio marittimo assai vasto, poiché abbraccia una costellazione di isole e di territori costieri, da Marsiglia fino alle rive del Mar Nero. Malgrado questa dispersione, esiste un’unità greca che affonda le sue radici nell’Iliade. Quest’unità non è certo politica – sarà il dramma della Grecia, come vedremo con le guerre inter-città per l’egemonia del mondo greco e con la guerra del Peloponneso nell’ultimo terzo del Ve secolo (dal 431 al 404): Atene contro le sue rivali, tra cui Sparta, a capo della lega del Peloponneso.
Ma è proprio il precedente della guerra di Troia a creare nei Greci una coscienza panellenica di fronte ai popoli dell’Asia. Per quanto i Troiani siano Indoeuropei, sono insediati in Asia Minore, sono alleati dei barbari d’Asia. È questo che i Greci ricorderanno e che fornirà lo sfondo alle guerre persiane, che opporranno i Greci ai Persiani all’inizio del Ve secolo a.C.
Erodoto, il « padre » della storia, fa dire a un Ateniese alla fine delle guerre persiane: « Questo è il nostro ellenismo; apparteniamo alla stessa stirpe e parliamo la stessa lingua, onoriamo gli stessi dèi con gli stessi altari e gli stessi riti, e i nostri costumi si somigliano. »
Con Omero, per la prima volta, i Greci prendono coscienza di una medesima comunità di origine e di destino. La Grecia contro l’Asia, una lontana prova generale delle guerre tra l’Europa cristiana e l’Islam. E non si creda che questa frattura sia importante soltanto per noi. La leggenda vuole che il sultano Mehmet II, il quale si fermò poco dopo la presa di Costantinopoli sul sito di Troia, abbia detto: « È a me che Dio riservava di vendicare questa città e i suoi abitanti ».
Dio, parliamone. È noto che Platone voleva esiliare i poeti, con Omero in testa alla lista, dalla sua città ideale, la Repubblica. Platone adduceva il pretesto che i poeti sono affabulatori. Ma a dire il vero, non erano tanto, o non soltanto, gli incantesimi della poesia, gli artifici stilistici, a irritare Platone, quanto la scarsa stima in cui Omero teneva gli dèi. Platone è sacerdote, Omero aedo. Il primo appartiene all’età del Logos, il secondo a quella del Mythos. E qui il mito è più importante dell’identità.
Singolarità della concezione antica dell’uomo
Dominique Venner ha spesso insistito su questo punto: il libro fondatore del cosmo greco non è l’opera di un dio increato, lontano, minaccioso, dogmatico. È l’opera di un aedo. È dunque la poesia, e in particolare la poesia epica, che canta le imprese eroiche di un popolo, ad aprire il regno, o quantomeno a darne le chiavi. Si potrebbe quasi parlare di inconscio collettivo, nel senso junghiano del termine, di Carl Gustav Jung, il comparsa dissidente del freudismo. In Europa, la via romana, il professor Rémi Brague fa un’osservazione assai interessante. Dice: « La letteratura antica, in ciò che aveva di propriamente letterario, ossia la poesia epica, tragica e lirica, non è giunta al mondo arabo – a differenza, come si è visto, della filosofia e delle scienze antiche. Ora, è proprio questa letteratura a veicolare qualcosa come una concezione antica dell’uomo ».
È Esiodo a fissare la mitologia greca nella sua Teogonia, ma tutto è già in Omero, in una versione quanto meno scettica, come dice Jean Soler nel suo Sorriso di Omero, uno « scetticismo gioioso ». Da buoni politeisti, i Greci non onoravano un solo Dio, ma parecchi. Vale a dire nessuno in particolare. È sorprendente in Omero, dove gli dèi sono tremendamente umani, capricciosi, litigiosi, collerici. Segno particolare: sono a immagine dell’uomo, e non l’inverso. In fondo, non sono mai altro che uomini portati a un livello superiore. « Gli dèi sono uomini immortali, mentre gli uomini sono dèi mortali », sentenzierà Eraclito. Omero li concepisce come elementi narrativi e macchinari drammaturgici che esaltano il racconto. Deus ex machina, nulla di più. Alla fin fine, gli dèi si neutralizzano, lasciando campo libero agli uomini, al tempo degli uomini.
La posterità di Omero
Omero non è stato soltanto l’educatore della Grecia: è stato per molti versi l’educatore di Roma – e oltre Roma, dell’Europa.
L’Iliade è tanto fondatrice che ritroveremo il mito delle origini troiane un po’ ovunque nell’Europa occidentale, a Roma, in Francia, presso i Bretoni, i Normanni, i Veneziani, i Belgi – altrettante declinazioni. Virgilio nell’Eneide fissa l’origine mitica di Roma con la fuga di Enea e di suo padre dalle rovine di Troia in fiamme. Anche i Franchi annetteranno la discendenza del re troiano, Priamo, tramite suo nipote Astianatte, che non sarebbe stato precipitato dall’alto di una torre a Troia. Sarebbe divenuto Francus, o Francione, re dei Franchi e antenato di Carlo Magno. Ronsard ne fa ancora l’eroe della sua epopea incompiuta, La Franciade.
Che dire dell’epiteto « omerico »? È entrato nel vocabolario corrente. Si cade da Cariddi in Scilla, di male in peggio, come i mostri marini che affrontano Ulisse e i suoi compagni. La fedeltà di Penelope è proverbiale. Si parla della tela di Penelope per evocare un’impresa che non ha mai fine o che non approda a nulla, come il suo arazzo che disfaceva ogni sera. La bellezza di Elena, la Bella Elena. Ulisse, l’uomo dai mille inganni. Il cavallo di legno, o cavallo di Troia, brevemente accennato da Omero nell’Odissea e largamente sviluppato da Virgilio. Non parlo poi del celebre tallone d’Achille (più tardivo rispetto all’Iliade).
La guerra di Troia ispirerà i tragici greci, Eschilo, Sofocle ed Euripide, fino a Giraudoux. Ritroviamo Telemaco, il figlio di Ulisse e di Penelope, nelle Avventure di Telemaco di Fénelon e più tardi in Aragon. È difficile leggere Andromaca e Ifigenia di Racine senza conoscere Omero ed Euripide. Lo stesso vale per I Troiani di Berlioz (anche se derivano da Virgilio).
Alessandro Magno si identificherà con Achille. Plutarco dice perfino che Alessandro custodiva sotto il cuscino due cose: la sua spada e l’Iliade.
Si è visto in Ulisse un precursore dei grandi navigatori: Vasco de Gama, Magellano, Cristoforo Colombo, che descrive nel suo diario mostri tratti dall’Ulisse. Du Bellay celebrerà in Ulisse l’uomo che ritrova la sua patria: « Felice chi, come Ulisse, ha compiuto un bel viaggio ». Quando Caterina II volle fondare una città e un porto sul Mar Nero, la chiamò Odessa, dal nome di Ulisse.
In una parola, la Grecia ci ha conquistati. È il celebre verso di Orazio: «La Grecia, conquistata, conquistò a sua volta il selvaggio vincitore e portò le arti nel Lazio agreste». Poiché è Roma a trasmetterci Omero. Nessun « miracolo greco » senza di lei, come ricorda Rémi Brague, insieme ad altri. Essa ha conquistato le élite romane, prima di conquistare il mondo europeo. Certo, sarà Virgilio a occupare la scena, ma senza mai eclissare Omero.
L’Occidente medievale, pur avendo perso il legame con il testo originale di Omero, non cessa per questo di venerare Omero e l’Iliade, conosciuta attraverso l’Ilias latina, un compendio in versi latini destinato all’ambiente scolastico e composto sotto Nerone. Ad esempio, è a partire da epopee di seconda mano che viene composto nel XIIe secolo il Roman de Troie, un romanzo medievale redatto da Benoît de Sainte-Maure.
Dalla riscoperta di Omero al Rinascimento europeo
Venner fa dell’Iliade il primo racconto di cavalleria. Diceva che la Chanson de Roland e i romanzi del ciclo arturiano attingono al medesimo fondo culturale.
Per leggere davvero le prime traduzioni latine dei poemi omerici – grazie ai letterati bizantini che hanno perpetuato la conoscenza di Omero –, bisogna attendere Petrarca e la seconda metà del XIVe secolo. Più in generale, è il Rinascimento a riscoprire la Grecia. Lo si lasciò un po’ da parte nella querelle degli Antichi e dei Moderni: gli Antichi lo trovavano un po’ troppo rude e primitivo. Bisogna ricordare l’entusiasmo di Herder per Omero, che spinse Goethe a leggerlo. Goethe, che scriverà: «il sole di Omero si levò sulla nostra epoca come nel primo giorno» e si lanciò perfino nella stesura di un’Achilleide. Tutto ciò che si rimproverava a Omero – la sua semplicità, le sue ingenuità, la sua assenza di raffinatezza – sarà lodato.
Questo rinnovato interesse per Omero raggiungerà il grande pubblico quando, negli anni 1870, Heinrich Schliemann scopre il sito presunto di Troia, sull’altura di Hisarlik in Turchia, che controlla i Dardanelli. Malgrado i suoi errori, Schliemann getta le basi di una scienza nuova destinata a un grande avvenire: l’archeologia. Un sito vecchio di 5.000 anni. Gli scavi riveleranno nove città sovrapposte. La si identifica con la Troia omerica, benché permangano molte incertezze.
A 3.000 anni di distanza, Troia usciva dal suo silenzio storico e poteva di nuovo risuonare nella coscienza europea.
Rémi Brague invoca un “atteggiamento romano”, non greco dunque. In che cosa consiste?
In altre parole, l’ellenismo deve guidarci perché è ciò che ha aperto la via. Ci si offre come un ideale e una promessa, una promessa che ci eleva e che ci insegna la nobiltà d’animo, l’eleganza morale e la necessità di un cuore puro – accessoriamente l’eroismo. Ma ciò non è certo dato a tutti. È questo che ci lasciano in eredità Omero, così come Jacqueline de Romilly e Dominique Venner.
Intervento al 1° Ciclo di formazione dell’Institut Iliade
Parigi, 31 gennaio 2015


