
Gli Indoeuropei di Henri Levavasseur
3 Giugno 2025
La scomparsa di Giuseppe Del Ninno: una vita all’insegna del coraggio
12 Giugno 2025di Andrea Anselmo
Prima delle grandi civiltà storiche, prima delle città e dei regni, l’Europa fu culla di una cultura tanto antica quanto imponente: quella megalitica. Dalle coste atlantiche della Bretagna alle vallate alpine, dal Nord della Scozia fino al Mediterraneo, enormi strutture in pietra — menhir, dolmen, tombe collettive — testimoniano l’esistenza di una società capace di pensiero simbolico, progettazione architettonica e organizzazione comunitaria. Eppure, nonostante l’evidenza, questa civiltà è rimasta a lungo oscurata da pregiudizi culturali, miti romantici e letture fantasiose. Oggi, grazie all’archeologia, possiamo restituirle il posto che merita nella storia profonda dell’Europa.
Le misteriose origini della civiltà
megalitica europea
Molto prima che l’Europa venisse modellata dall’Impero Romano o dai regni medievali, il continente era già teatro di una sorprendente espressione culturale: la civiltà megalitica. Tracce evidenti di questa fase remota si possono osservare ancora oggi, sotto forma di monumenti in pietra — dolmen, menhir, tombe a camera, allineamenti di massi — disseminati in vaste aree dalla penisola iberica fino alla Scandinavia.
Ma chi furono davvero gli artefici di queste imponenti architetture preistoriche? In assenza di fonti scritte, il mistero ha dato adito alle più disparate interpretazioni. Alcune letture, affascinate dall’esotico o dal sensazionalismo, cercano le radici di tali costruzioni fuori dall’Europa: si invocano influenze dal Vicino Oriente, dal Nord Africa, e in certi casi persino teorie extraterrestri.
Eppure, le evidenze archeologiche parlano chiaro: quella megalitica fu una cultura profondamente europea, nata e sviluppata nel cuore del continente, capace di straordinarie imprese architettoniche e simboliche ben prima dell’arrivo delle grandi civiltà storiche.
Sulla base della sua datazione possiamo invece affermare in merito al megalitismo che «per l’Europa si sia trattato di un fenomeno autoctono, una originalità e una creatività europea indipendente da influenze medio-orientali come dice C. Renfrew (1972)»[1] seppure il megalitismo europeo presenti alcune similitudini con quello degli altri continenti.
Riconoscere il megalitismo europeo
come un fenomeno autonomo e radicato nel continente significa mettere in discussione una visione ancora oggi diffusa: quella di un’Europa preistorica arretrata, incapace di sviluppi propri e costantemente in attesa di influenze esterne per evolvere. È una prospettiva che tende a sottovalutare le capacità creative e organizzative delle antiche popolazioni europee, dipingendole come semplici comparse nel grande teatro delle civiltà, sempre in debito con il Vicino Oriente o il Nord Africa.
In tal senso conviene approfondire e puntualizzare nel dettaglio il processo che ha portato alla datazione dell’architettura megalitica.
«Nel 1967, il chimico americano H.E. Suess elaborava, per mezzo della dendrocronologia, una curva di calibrazione delle datazioni al radiocarbonio, relativa al periodo compreso tra il 4100 e il 1500 a.C. e proprio sulla base di queste scoperte, Colin Renfrew, mostrò che alcuni monumenti megalitici europei, la cui costruzione era stata spesso interpretata come conseguenza dei contatti con le culture sviluppatesi nel vicino oriente, fossero in realtà ben più antichi, dimostrando come si dovesse pensare a uno sviluppo culturale in gran parte autonomo delle comunità preistoriche del continente europeo. In questo modo apparve chiaro che il fenomeno del megalitismo europeo era anteriore alla costruzione delle grandi piramidi egizie avvenute durante la IV dinastia.»[2]
Ciò non significa negare l’esistenza di strutture monumentali simili in altre parti del mondo, ma riconoscere che il megalitismo europeo seguì un percorso di sviluppo indipendente. La sua storia è tutt’altro che lineare: è il frutto di una stratificazione culturale che attraversa i millenni. Dai tempi della costruzione, in epoca preistorica, si passa alle riletture simboliche dell’antichità e del medioevo — quando quei colossi di pietra venivano attribuiti a giganti o spiriti fatati — fino ad
arrivare alla loro riscoperta moderna, grazie all’archeologia e alla storiografia contemporanea.
«Studiare e valorizzare l’eredità dell’architettura megalitica è una vera avventura: affascinante e talvolta culturalmente
pericolosa ma al tempo stesso positiva per il tentativo di recuperare una pienezza di significati probabilmente perduti. Affascinante perché soddisfa il desiderio, sempre vivo e attuale, di andare alla ricerca delle tracce dei tempi antichi e di lasciarsi prendere la mano dal mistero che emana da siffatti monumenti. Pericolosa perché tale fascino ci porta quasi inavvertitamente a non vederne l’essenza reale a farci coinvolgere dalle sovrapposizioni interpretative.»[3]
Nonostante i progressi della ricerca, resiste ancora oggi l’eco di interpretazioni ormai superate, come quella cosiddetta “celtomane”, che attribuiva i megaliti all’opera dei druidi celti. Questa teoria, nata nei secoli pionieristici dell’archeologia, ha profondamente influenzato l’immaginario collettivo, alimentando l’idea di altari sacri e rituali mistici legati a epoche ben più recenti rispetto alla realtà storica. Oggi, invece, sappiamo che il megalitismo affonda le sue radici nel Neolitico, tra l’8000 e il 3500 a.C., e che in alcune regioni europee si protrasse fino all’Età del Bronzo.
Le datazioni confermano la grande varietà e profondità cronologica del fenomeno. In Bretagna si collocano alcune delle strutture più antiche, risalenti al 4794 a.C., mentre in altre zone della Francia il megalitismo continua fino al 3000 a.C. In Scandinavia e nell’Europa centrale, le grandi architetture in pietra compaiono tra il 3600 e il 3000 a.C.
In Scozia settentrionale e nella penisola iberica si trovano testimonianze molto antiche, risalenti a circa il 4300 a.C. Più recenti, invece, i monumenti megalitici di Puglia e Malta, mentre in Sardegna si osservano tutte le fasi evolutive di questa cultura. Anche nell’arco alpino, la presenza di strutture che vanno dal 4500 fino al 500 a.C. testimonia una lunga e articolata vitalità del megalitismo.
Considerazioni finali
Oggi, quei silenzi di pietra continuano a vegliare sulle brughiere, sui promontori e sulle isole d’Europa, come testimoni muti di una civiltà che ha lasciato il suo segno senza bisogno di parole. Camminare tra quei colossi significa sfiorare un tempo arcaico, in cui il cielo e la terra dialogavano attraverso l’ordine delle pietre.
Riscoprire il megalitismo non è solo un atto di conoscenza storica, ma anche un invito a riconsiderare le radici profonde del nostro continente — e a riconoscere che la memoria più antica non sempre si trova scritta nei libri, ma incisa nella materia del paesaggio.
[1] Paolo Malagrinò. Monumenti
Megalitici in Puglia, Schena Editore, Fasano di Brindisi, 1997, pag. 37.
[2] A. Gaspani, Le pietre degli Dei. Astronomia e antica
architettura megalitica europea, fonte di Conla, Lodi, 2014. Pag. 201
[3] Paolo Malagrinò. Monumenti
Megalitici in Puglia, Schena Editore, Fasano di Brindisi, 1997, pag. 13.


